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martedì 2 luglio 2024

Il filosofo Antonio Rocco tra “Le Glorie degli Incogniti” (1647)

Siamo nella Venezia del Seicento, la città più cosmopolita della penisola. Giovanni Francesco Loredan ha solo 27 anni quando, da giovane nobile e ribelle, nel 1630, fonda l’Accademia degli Incogniti, società di intellettuali e liberi pensatori che andrà a esercitare un notevole impatto sulla vita culturale e politica della città. I membri sono impegnati in vivaci dibattiti, scambiano idee e collaborano alla creazione di opere in cui si riflette lo spirito innovativo e le prospettive non convenzionali dell'Accademia.

Tra i membri dell’Accademia degli Incogniti figura anche il nostro Antonio Rocco, filosofo e teologo nato a Scurcola nel 1586. A Roma, Antonio frequenta il Collegio romano, per passare poi allo Studio di Perugia, dove è allievo di Giovan Tommaso Giglioli per la filosofia e Girolamo Roberti per la teologia. Conclude i suoi studi all’Università di Padova, discepolo di Cesare Cremonini. Della vita e delle opere di Antonio Rocco si parla in un testo, pubblicato a Venezia nel 1647, intitolato “Le glorie degli Incogniti ovvero gli uomini illustri dell’Accademia dei Signori Incogniti di Venezia”.

Frontespizio del volume "Le Glorie degli Incogniti" 1647

A pagina 58 del volume troviamo un ritratto di Antonio Rocco (vedi immagine di apertura del post). Si tratta di un’incisione realizzata nel 1640 dall’incisore e artista veneziano Giacomo Pecini. Rocco è indicato come dottore in filosofia e teologia. Nella pagina seguente troviamo un testo che ci consente di conoscere un po' meglio Antonio Rocco qui definito “romano” anche se, come sappiamo, era originario di Scurcola. 

Vado di seguito a trascrivere le parole con le quali viene “raccontato” lo studioso scurcolano:

Sotto l'aure felici del Cielo Latino trasse i primi alimenti della vita nell’augusta Città di Roma Antonio Rocco figliuolo di Fabio Medico, e Filosofo di gran nome, ed appresi nel Colleggio Romano i principi della Filosofia passato all'Università di Perugia sotto la disciplina di Giovan Tomaso Giliolo [Giovan Tommaso Giglioli, ndr] Filosofo chiarissimo, e di Girolamo Roberto [Girolamo Roberti, ndr] Teologo eminentissimo, s’inoltrò nella cognizione della Filolofia, e della Teologia, donde trasferitosi a Padova ascoltò l’Aristotele de’ nostri tempi Cesare Cremonino [Cesare Cremonini, ndr], dando l’ultima perfettione all’eccellenza de’ suoi studi. Che però divenuto buon Maestro in età di Discepolo, portatosi a Venetia ha letto per lo spatio di venticinque anni, e legge ancora la Filosofia con tanto concorso di Gioventù Nobile, che sovra a trecento soggetti sono usciti dalla sua Accademia con la Laurea del Dottorato. Quindi il Senato Veneto ottimo riconoscitore del merito degli huomini segnalati, essendo vacata nell’Università di Padova la Cattedra di Filosofia, per la morte di Mario Belloni Soggetto di chiarissima fama, l’honorò spontaneamente di quella nobilissima carica, ma venne ritenuto dall’accettarla dalle persuasioni degli Amici, che gli mostrarono esser la sua preferenza più necessaria in Venetia, che in Padova: e per questa medesima cagione rifiutò parimente la lettura di Filosofia offertagli dal Gran Duca di Toscana con l’annuale stipendio di mille Scudi nell’Università di Pisa. Fu poscia da medesimo Senato Veneto, in riguardo a’ suoi meriti, e alla singolar affettione, ch’ei porta a questa Città, ch’egli suol chiamare gran Patria del mondo, e Riposo degli huomini Letterati, senza che egli mai ne havesse concetto pur’un principio di pensiero, eletto pubblico Lettore della Filosofia Morale, ed honorato con pienezza di voti, ed applauso universale d’un luogo del Colleggio nobilissimo de’ Medici, e de’ Filosofi. Il che egli meritò non tanto per l’eminenza della Dottrina, quanto per la placidezza de’ costumi, e per la nobiltà delle maniere, essendo affabile, cortese, gentile osservatore dell’altrui virtù, e fornito d’una sincerità di procedere incomparabile. L’Opere delle quali, per lasciare alla Posterità testimonianza del suo grandissimo Ingegno egli hà arricchite le stampe vanno attorno con questi titoli in fronte:

In Universam Arist. Philosophiam, tria Volumina
In Eiusdem Logicam, Volum. unum.
Exercitationes Philosophiae, uel Apologia pro Aristotele contra Galileum Calilei, et Lynceum.
E presto usciranno alla luce del mondo
Metaphysica; et De Immortalitate Animae Rationalis via quadam sublimi Peripatetica, sed nondum post Aristotelem signata vestigys.


martedì 5 marzo 2024

Uno storico articolo del maestro Fabiano Blasetti descrive Scurcola dopo il terremoto del 1904

 

Lo scorso 24 febbraio, presso la Sala consiliare del Comune di Scurcola Marsicana, si è tenuto un incontro per commemorare il drammatico terremoto che colpì il nostro paese 120 anni fa, nel 1904. L’evento è stato possibile grazie all'associazione "Il Punto d'Incontro" APS ETS e, soprattutto, all'impegno di Ernesto Andreoli che ha lavorato instancabilmente per garantire che tutto fosse organizzato nel migliore dei modi. Durante l'incontro erano previsti due interventi: il mio e quello del professor Fabrizio Galadini, dirigente di ricerca presso l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e docente di Geologia per il Rischio Sismico presso l'Università Roma Tre.

Ed è proprio dalla relazione del prof. Galadini che nasce il mio interesse nei riguardi di uno dei contenuti illustrati nel corso dell’incontro del 24 Febbraio 2024. Il professore, infatti, durante la sua esposizione, ha mostrato ai presenti diversi documenti dell’epoca, tra cui un articolo pubblicato sulle pagine de “Il Messaggero” in data 13 Marzo 1904. Il dettaglio che ha attirato immediatamente la mia attenzione è stata la firma dell’articolista: Fablas. Per me non ci sono dubbi, è stata una sorta di illuminazione: Fa-Blas vale a dire Fa-biano Blas-etti. Il maestro Fabiano Blasetti del quale, negli anni passati, ho scritto in un paio di circostanze.

Parte iniziale dell'articolo con il nome "Fablas"

Il maestro Blasetti fu insegnante elementare a Scurcola tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento. Fu anche un appassionato cultore di storia, archeologia e cronaca locale. È autore di componimenti poetici, di saggi storici ma scrisse anche pezzi per “Marsica Nuova”, il giornale dei marsicani migrati negli Stati Uniti. L’esistenza dell’articolo de “Il Messaggero” ci fa chiaramente intendere che Fabiano Blasetti ebbe modo di curare contenuti giornalistici anche per la testata romana.

Fabiano Blasetti, originario di Petrella Liri, si traferì a Scurcola dopo il matrimonio, avvenuto il 20 Marzo 1871, con la scurcolana Maria Aurora Liberati (1), rappresentante della famiglia dei noti proprietari terrieri locali. L’avvocato Ennio Giuseppe Colucci (Scurcola Marsicana 1907 - Roma 1985), nei suoi scritti, descrive il maestro Blasetti come un liberale, un patriota e, soprattutto come un "mangiapreti". Nel 1904, dunque, Fabiano Blasetti scriveva per “Il Messaggero” e raccontava cosa stava avvenendo a Scurcola nei giorni e nelle settimane immediatamente successive al terremoto che colpì, in primis, i paesi di Rosciolo e di Magliano.

Soldati del Genio Zappatori in via Corradino

Trascrivo per intero, qui di seguito, il testo dell’articolo che il professor Galadini ha messo gentilmente a mia disposizione. Blasetti, attraverso la sua cronaca, ci restituisce il quadro di una situazione angosciante e tragica che gli scurcolani si trovarono a vivere a causa dello sciame sismico che colpì il nostro paese subito dopo la prima, violenta scossa delle ore 16.53 del 24 Febbraio 1904:

Il nostro paese che, dopo subite circa 60 scosse telluriche, più o meno forti, sembrava quasi incolume da qualsiasi rovina, colle scosse ripetutesi fra questa notte e nella giornata di oggi si sono aperte maggiormente nei fabbricati le piccole lesioni dei giorni passati, manifestandosene delle nuove, determinando la immediata rovina dalla maggior parte del paese, per le molte case lesionate, quasi cadenti, anzi quattro o cinque sono da demolirsi.

Le case malamente costruite, la posizione impossibile del paese disteso ad anfiteatro sopra una collina disgregatasi dal monte San Nicola, fanno sì che la caduta di una casa al di sopra, cagioni la rovina di una o più case sottostanti. Per non allarmare la popolazione, si è fatto male a non palesare il grandissimo pericolo e disastro pur troppo prevedibili, come hanno fatto altri paesi con invidiabile sollecitudine. Il nostro egregio sindaco conte Angelo Vetoli, ha saputo consigliare e dirigere la intera popolazione, avvicinandola giorno e notte, facendo venire tende per copertura nelle rigide e nevose notti, portandosi tutta ad accampare all'aperto.

Ora si sta procedendo al puntellamento delle case pericolanti sotto la direzione dell'ing. Uffreduzzi del genio civile. La popolazione si è nuovamente attendata all'aperto dopo le scosse della scorsa notte, scosse violente che hanno maggiormente danneggiato gli abitati di Cappelle, Rosciolo, Magliano, Massa d'Albe, oltre il nostro paese. E ciò che maggiormente preoccupa è il timore che nuove scosse e nuovi danni sovrastino i paesi situati sulla zona agitata da intestini sconvolgimenti. Il sottoprefetto di Avezzano si è portato sul luogo rimanendo sconcertato dalle tristi condizioni del caseggiato lesionato e cadente.

Fra le case maggiormente cadute in rovina sono la chiesuola di S. Vincenzo, condannata alla demolizione; l'asilo Anzini che è prossimo a crollare, per cui sono state sospese le scuole; il convento delle monache a Sant'Antonio, che si doveva adibire ad ospedale per i poveri è rimasto colle mura fortemente lesionate e distaccate negli angoli interni ed esterni; colla volta in parte caduta in un lungo dormitorio, con altre camere e coll'artistica chiesa annessa in condizioni disperate. La casina del conte Alberto Vetoli è screpolata in mille guise. Insomma i danni sono immensi; la popolazione è terrorizzata. Occorrono soccorsi solleciti”.

 

Note:
(1) Archivio di Stato dell’Aquila, Portale Antenati.


***

Ringrazio il prof. Fabrizio Galadini per aver risposto alla mia richiesta e per avermi permesso di leggere e acquisire l'articolo del 1904 riguardante Scurcola. Senza la sua disponibilità, non avrei potuto scrivere questo nuovo post.

giovedì 15 febbraio 2024

Quando a Scurcola si celebrò la giornata contro le bestemmie e i turpiloqui

Scurcola Marsicana negli anni Venti

Il 13 Maggio del 1926, a Scurcola Marsicana, fu celebrata la “Giornata anti blasfemia”. A dar conto di quanto avvenne circa un secolo fa è la gazzetta settimanale “Abruzzo-Molise” [1] pubblicata a Rochester, Stato di New York, e diretta dall’immigrato luchese Vincent Massari. A pagina 7, quella dedicata alle “Cronache degli Abruzzi e Molise”, si trova un articolo che racconta quanto avvenuto a Scurcola nel corso di quella particolare giornata di cui, ritengo, non ci sia rimasta alcuna memoria.

Ad aprire l’articolo vi è il riferimento a una data: “Giovedì 13 corrente”. Si potrebbe pensare al 13 Giugno (considerando la data di pubblicazione della gazzetta) ma, in realtà, dopo aver compiuto qualche verifica, ho constatato che si sarebbe trattato del 13 Maggio 1926. Un giovedì, per l’appunto. Ebbene, come si legge, la “Giornata anti blasfemia” era stata preceduta da "una preparazione spirituale di tre giorni, attraverso un triduo in cui tenne il pergamo il rev. padre Vincenzo da Scifelli": vuol dire che l’omelia, durante la messa, fu tenuta da padre Vincenzo che veniva da Scifelli, frazione di Veroli, nel frusinate.

La mattina del 13 le note del concerto musicale di Luco nei Marsi dettero il segnale della festa. Alle otto vi fu pontificale [messa solenne, NdR] celebrato da mons. Bagnoli, vescovo dei Marsi, instancabile organizzatore di queste feste religiose e sociali insieme, di cui disse in mirabile analisi il carattere e gli scopi. […] Verso le dieci vi fu una commovente cerimonia: il vescovo benedì la bandiera del locale Circolo cattolico maschile Alessandro Manzoni, egregiamente organizzato dalle locali maestre pie Filippini. Fu padrino l'egregio cav. Oreste Di Giacomo”.

Ricordiamo che il cav. Oreste Di Giacomo (1855-1944), al tempo, era medico condotto di Scurcola Marsicana (su questo blog, in passato, ho raccontato la triste vicenda legata alla scomparsa di suo figlio, Luigi Di Giacomo). Alle 10 di quel mattino vi fu un’altra messa a cui fece seguito un’imponente processione eucaristica. “Presso il monumento ai caduti di guerra, dove era stato allestito un bell'altare, la processione sostò ed il vescovo impartì una solenne benedizione”.

Quindi giungiamo al cuore della giornata: “Alle tre fu aperto il pubblico comizio di propaganda antiblasfema. Il sindaco, ora podestà [2], sig. Vitantonio Liberati, presente con belle parole gli oratori, ed accennò agli scopi di questa lotta contro la bestemmia che deve, fra l’altro, emancipare il popolo italiano da ogni forma di bruttura e di degradazione morale, incompatibile con le nuove aspirazioni ideali attuali”. Ovviamente si fa riferimento alle “aspirazioni” del regime fascista che era ormai consolidato anche nel nostro paese.

A seguire vi furono, come si legge nell’articolo, gli interventi dell’oratrice prof. Anita Ferrari [3] di Roma e del prof. Francesco Aquilani, docente di Diritto costituzionale presso la Regia Università di Roma. “A sera il concerto musicale di Luco nei Marsi svolse in piazza uno scelto programma, lasciando nell'uditorio la più favorevole impressione. Tra gli organizzatori della festa notiamo l’abate D. Domenico D'Amico [4]; il conte Alessandro Vetoli [5], presidente del comitato maschile; la signora Maria Liberati Di Giacomo, presidente del comitato femminile e le instancabili maestre pie Filippini”.


Note:
[1] “Abruzzo-Molise”, Anno IX, Numero 25, venerdì 25 giugno 1926.
[2] In epoca fascista, dal 1926 al 1945, gli organi elettivi dei Comuni furono soppressi. Tutte le funzioni svolte in precedenza dal sindaco, dalla giunta comunale e dal consiglio comunale furono trasferite al podestà che veniva nominato dal governo fascista tramite apposito decreto. L'istituzione della figura del podestà si deve alla Legge n. 237 del Febbraio 1926.
[3] Anita Ferrari fu segretaria generale dell'Associazione educatrice internazionale (ente cattolico che aveva numerose scuole) e responsabile di vaste organizzazioni scolastiche confessionali. Molto religiosa, Anita Ferrari era ben inserita sia negli ambienti vaticani che fascisti.
[4] Don Domenico D'Amico era nato ad Avezzano il 1° Febbraio 1876 ed è morto nel 1942. Nel 1901 fu sacerdote a Cappadocia (parrocchia SS Biagio e Margherita). Nel 1913 diventò sacerdote di Scurcola. Nel 1938 decise di dimettersi per ragioni di salute e al suo posto arrivò don Carlo Grassi.
[5] Il conte Alessandro Vetoli, detto il "conte nero", era figlio del conte Vincenzo Vetoli e di sua moglie Luisa Marimpietri. Suo fratello, Angelo Vetoli, detto il "conte bianco" poiché albino, fu Sindaco di Scurcola in diverse fasi della storia del nostro paese: era deceduto pochi giorni prima della celebrazione della "Giornata anti blasfemia", il 27 Aprile 1926. Alessandro e Angelo Vetoli furono gli ultimi discendenti della famiglia Vetoli a Scurcola Marsicana.

domenica 21 gennaio 2024

Il ritorno a Scurcola della salma del ten. Giuseppe Rosa, morto durante la Prima Guerra Mondiale

 

Giuseppe Rosa, nato a Scurcola Marsicana il 24 Marzo 1895, era figlio di Gaetano Rosa (importante personaggio scurcolano vissuto tra Ottocento e Novecento di cui, in più circostanze, ho parlato attraverso il blog) e di sua moglie Anna Petrocchi (1870-1948). Giuseppe morì, a soli 22 anni, nel corso della Prima Guerra Mondiale, in Albania. Secondo l’Albo d’Oro dei Caduti della Grande Guerra [1], il tenente Giuseppe Rosa risulta essere deceduto il 29 Maggio 1917 a causa di “ferite riportate in combattimento”.

Giuseppe Rosa nell'Albo d'Oro dei Caduti della Prima Guerra Mondiale

La tomba di Giuseppe, presso la quale mi soffermo sempre quando vado a visitare i defunti, è accolta nel cimitero di Scurcola: i resti del giovane militare sono accanto a quelli di sua madre Anna, all’interno dello stesso loculo. Ho notato, però, che la data di morte di Giuseppe incisa sulla lapide funebre non coincide con quella registrata dall’esercito poiché, sulla tomba, è scritto 24 Maggio 1918.

Non riesco a spiegarmi l’origine della discrepanza tra la data di morte che risulta dai registri ufficiali del Ministero della Difesa e quella indicata sulla tomba del giovane. È possibile che ci sia stato un errore di scrittura sulla lapide? Oppure ai genitori, al tempo, fornirono un’informazione sbagliata in merito all’anno della morte del loro figlio? Sinceramente non so fornire interpretazioni convincenti che possano spiegare tale difformità.

Tomba di Anna Petrocchi e Giuseppe Rosa (cimitero Scurcola)

Posso però scrivere qualcosa in merito al rientro a Scurcola Marsicana della salma del tenente Giuseppe Rosa, che aveva prestato servizio militare presso il 20° Reggimento Artiglieria da Campagna. Grazie a un articolo, pubblicato sulla rivista statunitense “Abruzzo-Molise” [2], possiamo conoscere interessanti dettagli circa la partecipata cerimonia che si svolse in paese quando, nel 1926, quindi a distanza di 8/9 anni dalla morte, la salma di Giuseppe Rosa tornò a casa.

Posso dire che nel testo dell’articolo si riporta la stessa data di morte dell’Albo d’Oro, ossia 29 Maggio 1917: "Con eccezionale solennità ha avuto luogo il trasporto funebre dalla stazione ferroviaria della salma del tenente Giuseppe Rosa, reduce dall'Albania, ove il compianto ufficiale moriva il 29 maggio 1917 prestando servizio nell'arma di artiglieria". Il podestà (siamo nei primi anni del Ventennio fascista) Vitantonio Liberati fece affiggere dei manifesti per rievocare la memoria del giovane Rosa.

Non sappiamo con esattezza in quale giorno avvenne la cerimonia per il rientro della salma del militare scurcolano, possiamo solo intuire che fu poco prima del 12 Marzo del 1926. "Alle ore 10" si legge "sfila il corteo che si reca alla stazione ferroviaria per rilevare le sacre spoglie, che attendono già da qualche giorno, nella sala d'aspetto della stazione stessa, trasformata in camera ardente, il commosso omaggio della popolazione tutta, che nel tanto auspicato ritorno, renderà alla cara salma il supremo tributo di rimpianto e di affetto in una espressione di dolore e di orgoglio".

Il corteo che accompagnò la salma del tenente Rosa era formato dalle confraternite locali, dai soci dalla società operaia agricola di Mutuo Soccorso con il presidente avv. Vincenzo Pompei, dal direttore della sezione fascista con il segretario politico avv. Vittorio Bontempi, dai bambini delle elementari con gli insegnanti, da una rappresentanza della Milizia di Scurcola e di Magliano al comando del decurione Carfagno, dagli ufficiali in congedo Gino Macchia e Giuseppe Talone, dal comandante della stazione dei Carabinieri Dante Scorsi e da tutto il consiglio comunale, compreso il podestà Liberati e il giudice conciliatore Francesco Ansini.

Il nome di Giuseppe Rosa sul Monumento ai Caduti

Quando il corteo si avvicinò a piazza Vetoli (che nel 1936 fu rinominata piazza del Littorio e solo dopo il 1946 divenne piazza Risorgimento), il feretro venne deposto per qualche minuto presso il monumento ai Caduti che, per la cronaca, era stato inaugurato solo nella primavera dell'anno precedente (1925). Il nome del tenente Giuseppe Rosa, oggi, è incluso tra quelli dei caduti della Grande Guerra, è leggibile sulla facciata sinistra del monumento, proprio sotto a quello del capitano Luigi Di Giacomo, morto nel 1918.

Subito dopo, la salma di Giuseppe Rosa fu accompagnata presso la parrocchia della SS. Trinità "ove, nella scalinata della chiesa, il sindaco, signor Liberati, porge un commosso saluto alla salma a nome dell'Amministrazione comunale". A seguire pronunciarono parole di rimpianto e di cordoglio il segretario comunale Emilio Nuccitelli e lo studente Nicola Nuccitelli "il quale con forbito discorso commemora il tenente Rosa inserendo la sua memoria fra quelle dei più fulgidi eroi della Patria". Infine vi fu il saluto dell'avv. Vincenzo Pompei a nome dei combattenti di Scurcola. La cerimonia religiosa terminò alle ore 12, si legge nell'articolo pubblicato in "Abruzzo-Molise" nel 1926. Il feretro venne infine tumulato presso il cimitero di Scurcola dove tuttora si trova.

 

 Note:
[1] https://www.cadutigrandeguerra.it/
[2] “Abruzzo-Molise”, Numero 10, 12 marzo 1926.


domenica 14 gennaio 2024

I volti e i nomi di un gruppo di emigrati scurcolani che vivevano a Charlotte, Stato di New York, negli anni Venti


Premessa necessaria: di recente, mentre svolgevo delle ricerche, che esulano dalle attività legate a questo blog, ormai “dormiente” da diverso tempo, mi sono imbattuta in svariati e interessanti articoli pubblicati da un giornale attivo negli Stati Uniti dal 1924 al 1926. Si tratta di una testata nota con il nome di “Abruzzo-Molise” (ex “Marsica Nuova”) diretta, anche in questo caso, dal luchese Vincenzo Massari. Tra le pagine di “Abruzzo-Molise” ho individuato alcuni articoli risalenti al 1926 che raccontano episodi di vita scurcolana ormai dimenticati e che vorrei tornare a condividere attraverso “Scurcola Marsicana Blog”.

***

Il primo articolo che ho avuto modo di individuare è legato ai volti e ai nomi di un gruppo di emigrati scurcolani di cui, temo, oggi quasi nessuno possa conservare memoria. Sulle pagine di “Abruzzo-Molise” del 5 Marzo 1926 venne pubblicata una foto di gruppo dedicata agli “Scurcolani di Charlotte NY”. Quando ho visto l’immagine, l’ho collegata a una fotografia che mi è stata consegnata da Aulo Colucci alcuni anni fa.

Finora, pur avendo tentato di capire, in più circostanze, chi fossero gli uomini del ritratto, non sono mai riuscita a reperire informazioni convincenti. Avevo semplicemente intuito, osservando le due bandiere alle spalle delle persone ritratte, che potesse trattarsi di scurcolati emigrati negli Stati Uniti. Adesso, grazie alla mia recente ricerca, è almeno possibile associare un nome a ognuno dei volti ritratti in foto.

Ritaglio dell'articolo di "Abruzzo-Molise" (1926)

Questo il testo del breve articolo che accompagna la fotografia.

Con piacere pubblichiamo il gruppo dei Scurcolani di Charlotte NY i quali cercano di fondare una Società di M.S. [Mutuo Soccorso, ndr] tra tutti gli oriundi di Scurcola. Essi, entusiasti del nostro giornale, non mancarono di abbonarsi immediatamente. Nel gruppo mancano alcuni che non erano a Charlotte al momento della fotografia. I presenti sono: Prima fila, in piedi: Agostino Nuccitelli, Antonio Tortora, Paolo Petitta, Pietro e Vittorio Petitta.
Seconda fila: Carmine Tortora, Aristide Tortora, Giovanni Nuccitelli, Emilio Tortora, Pietro Mantelli, Angelo Mantelli e Francesco Liberati.
Terza fila, seduti: Angelo Nuccitelli, Tommaso Silvestri, Lorenzo Nuccitelli, Frank Mantelli, nostro corrispondente, e Agostino Panfili.
Seduti a terra: Domenico Nuccitelli e Giovanni Nuccitelli.
Sarà con piacere che nei prossimi numeri, pubblicheremo, se fornitici, i gruppi di altri corregionali di qualsiasi altra parte degli Stati Uniti
”.

Credo che sia quasi impossibile, oggi, conoscere le vicende personali degli scurcolani ritratti in foto. Hanno in comune la stessa provenienza, Scurcola Marsicana, oltre ad aver avuto la necessità di andare oltre Oceano alla ricerca di condizioni di vita migliori. Avranno lasciato in paese molti affetti, molti amici, molti ricordi. Chissà se qualcuno di loro sarà mai riuscito a tornare a Scurcola oppure se, come temo, nessuno di loro abbia più avuto la possibilità di rivedere la propria terra.

Sicuramente vivevano tutti a Charlotte, un grande quartiere della città di Rochester, a nord dello Stato di New York. Un’area che, storicamente parlando, ha accolto moltissimi immigrati italiani tra la fine Ottocento e la prima parte del Novecento. Eppure dei 19 scurcolani immortalati in questo affascinante scatto, non possiamo sapere molto di più. Sarebbe interessante se qualcuno, oggi, potesse riconoscere un volto familiare, un nome noto, una storia degna di essere recuperata e raccontata.


martedì 17 ottobre 2023

Devo dire addio al mio amico Impero


Mia madre mi ha appena dato una brutta notizia: è morto Impero Rossi. Aveva 86 anni ed era uno dei miei amici più cari, una delle tante anime belle, preziose e generose di Scurcola. Se ne è andato all'improvviso e apprendere della sua dipartita mi ha lasciato senza fiato e senza parole. Probabilmente siamo in tanti ad essere rimasti ammutoliti e costernati.

Ho conosciuto Impero alcuni anni fa. Mi ha aiutata a rintracciare storie che ho poi portato sul blog, con suo grande orgoglio. Grazie a lui e a Giuseppe Valente sono entrata tra i rovi e le erbacce di Villetta Damia, che confina con il giardino della sua casa scurcolana, in via della Stazione. È stato lui a cercarmi per raccontarmi dei proiettili della seconda guerra mondiale conficcati tra le pietre della chiesa della SS. Trinità. E ad Impero devo la scoperta di cosa sia uno "sciabbaco".

Un pescatore di montagna, l'ho definito qualche volta. Impero amava il mare e la pesca (e la sua barca a Nettuno), ma amava anche la montagna, i boschi, la raccolta dei funghi e il suo orto. Legatissimo alla sua famiglia, ha sempre nutrito un attaccamento viscerale per Scurcola, da cui non mancava mai per troppo tempo. Ricorderò per sempre la sua voce pacata, i suoi occhi chiari e luminosi e la sua voglia di sorridere.

Negli ultimi anni Impero è stato per me una presenza costante, gentile e affettuosa. Averlo perso in maniera così improvvisa e inaspettata è qualcosa che farò fatica ad accettare. Andrò a salutarlo domani, come è giusto che sia. Mi mancherà molto e mancherà molto a tanti scurcolani come me.

lunedì 19 dicembre 2022

L'interno della chiesetta di San Giuseppe


Qualche mese fa, con la pubblicazione del post finale di "Scurcola Marsicana Blog", avevo promesso che se avessi individuato un argomento degno di nota, mi sarei impegnata a scriverne. Sono qui per mantenere quella promessa. Ritengo che aver potuto ammirare, per la prima volta, l'interno della piccola chiesa scurcolana di San Giuseppe sia un evento di portata storica non solo per la sottoscritta, ma per tutti gli scurcolani. L'apertura della cappella gentilizia, collegata a palazzo Ottaviani-Pompei, è stata possibile grazie alla prima edizione della manifestazione natalizia "Presepi nel Borgo", organizzata dall'associazione "Punto d'Incontro" con il supporto di alcuni volenterosi cittadini. Uno dei presepi è stato allestito proprio all'interno della chiesa di San Giuseppe, riaperta per l'occasione grazie alla disponibilità dei suoi proprietari.

Il presepe allestito all'interno della chiesa di S. Giuseppe

Scrissi della "minuscola chiesa gentilizia di San Giuseppe" nel settembre del 2020, descrivendone alcune caratteristiche: l'ubicazione lungo l'antica e bellissima scalinata di via Tosti; la presenza di una campana silente da tempo e di una piccola croce; l'iscrizione incisa sulla porta d'ingresso e l'anno di fondazione, il 1798, probabilmente a cura di Giuseppe Ottaviani. Non tutti gli scurcolani sapevano o sanno che all'interno del borgo esiste una chiesa dedicata a San Giuseppe. Nella circostanza, suggerisco a chiunque possa di approfittare dell'occasione ed entrare all'interno della chiesetta risalente alla fine del Settecento.

Pala d'altare: Transito di San Giuseppe

Inutile dire che per me è stato molto emozionante entrare nel piccolo edificio sacro che, come mi era stato spiegato a suo tempo da Angela Di Massimo e sua madre, la compianta Ilde Nuccetelli, è costituito da un unico, semplice ambiente. Il cuore dello spazio sacro è rappresentato, senza dubbio, dall'unico altare presente, stilisticamente vicino al gusto dell'epoca in cui venne fondata la chiesetta, che custodisce una tela che, purtroppo, non versa in buone condizioni. L'opera pittorica, di cui, al momento, non si conosce l'autore, rappresenta il Transito di San Giuseppe. Si tratta di un soggetto artistico sviluppato, nei secoli, da numerosi pittori. Sulla tela custodita nella chiesa di San Giuseppe a Scurcola Marsicana, è possibile notare la figura del padre putativo di Gesù nel momento in cui abbandona la vita terrena per conquistare quella celeste. San Giuseppe, che indossa una veste bianca, è al centro dell'opera, disteso sul letto di morte. Accanto a lui, come la tradizione cattolica insegna, ci sono le figure della Madonna e di Gesù che offrono conforto all'uomo che ha accettato di crescere il figlio di Dio. Nella parte superiore della tela, la figura dell'Onnipotente e due gruppi di angeli.

Via Crucis (lato destro)

Sulle pareti laterali della chiesa, che richiamano un delicato colore azzurro, ci sono piccoli quadri che costituiscono le stazioni della via Crucis. Tra gli oggetti presenti: dei bellissimi candelabri (bisognosi di cure), il vecchio ritratto di una donna che non so riconoscere, un inginocchiatoio in legno, il volto (forse in gesso?) di una Madonna addolorata racchiuso in una sorta di teca, tre carta gloria e quel che resta di un vecchio confessionale in legno. Appoggiata per terra, sul lato sinistro, inoltre, una deliziosa cornice dorata all'interno della quale è semplicemente appoggiata una tela logorata dal tempo in cui si riconoscono, con qualche difficoltà, una Madonna e, in ginocchio, due figure di religiosi. Il pavimento è rimasto quello originale. Uno degli elementi più singolari e interessanti della chiesetta di San Giuseppe, a mio avviso, è rappresentato da un soppalco, collocato proprio al di sopra della porta d'ingresso, che un tempo, verosimilmente, doveva servire ad accogliere i membri della famiglia Ottaviani che, dal loro palazzo, attraverso una porta, riuscivano a raggiungere direttamente la chiesa per assistere alle funzioni religiose praticamente senza uscire di casa.

Soppalco collocato sopra la porta d'ingresso

Tutto ciò che è conservato nella chiesetta di San Giuseppe andrebbe studiato e conservato con estrema cura, evitando che possa essere sottratto o danneggiato. Siamo al cospetto di un edificio sacro che, seppur molto piccolo o modesto, ci racconta una storia che, fino a oggi, nessuno ha mai raccontato. È stato sicuramente un bene che sia stato aperto, ripulito e reso visitabile. Mi auguro che tanti scurcolani, e non solo, si rechino in via Tosti per ammirare la piccola chiesa gentilizia legata storicamente a una famiglia che, a Scurcola, è ormai estinta. Gli Ottaviani hanno lasciato un segno tangibile della loro esistenza e del loro prestigio economico e sociale. A noi il compito di non lasciare che questo piccolo, prezioso patrimonio si perda per sempre o, più banalmente, venga dimenticato.


***

Approfitto di questo fugace ritorno sul blog per augurare a tutti un Natale sereno. La speranza mia, e di chiunque, voglio immaginare, è che il 2023 possa essere finalmente un anno di pace, un'occasione per ripensare e rinsaldare un sistema di valori basato su un'umanità autentica e leale, che torni al rispetto per il prossimo (qualsiasi prossimo), a un'onestà intellettuale più solida e nitida e alla riedificazione di un pianeta che ci ricorda, sempre più spesso, che è l'unico che abbiamo. Auguri.

martedì 20 settembre 2022

Perché Scurcola si chiama Scurcola?


Della necessità che ha condotto gli amministratori del tempo a richiedere ed ottenere l'apposizione dell'aggettivo "Marsicana" al nome di Scurcola ho già scritto diverso tempo fa. In questo post, invece, vado a raccogliere e descrivere le analisi di chi, nel tempo, si è dedicato allo studio dell'origine del nome di Scurcola. Diversi esperti, infatti, hanno analizzato la nascita del toponimo da cui poi si è generato il nome Scurcola così come viene utilizzato oggi. 

Come fa rilevare Enzo Colucci attraverso un suo studio dedicato a questo argomento: "Si è dibattuto, soprattutto nel passato, sul toponimo di Scurcola facendo riferimento al confronto tra l'origine latina "excubiae" e quella longobarda di "sculk". Si può senz'altro confermare che entrambi i termini hanno lo stesso significato di "sentinella", "guardia" e convalidare l'appellativo felicemente dato al luogo in cui giace il paese visto che effettivamente da esso si controllano tre direttrici importanti degli antichi (e moderni) itinerari e cioè Roma a ovest attraverso la valle dell'Aniene inizialmente e poi il valico di Monte Bove; la Sabina a nord attraverso la valle Cicolana e la Campania a sud attraverso la valle Roveto". 

Nel corso del tempo, infatti, la radice del nome Scurcola è stata spesso associata sia al termine latino "excubiae" sia a quello longobardo "skulk". Secondo quanto scrive il professor Giuseppe Grossi a pagina 11 di "Scurcola Marsicana Historia", "il nome dell'abitato Sculcule attestato nei Piani Palentini per la prima volta nel 1150, deriva dal longobardo skulk il cui significato originario è legato alla presenza nel luogo nel VI-VII secolo di un "posto di guardia" longobardo che controllava il percorso della Valeria sul ponte del ramo minore del vecchio corso del torrente Raffia". 


Tornando, infatti, al documento redatto da Enzo Colucci si legge: "La maggior parte dei filologi concorda nel ritenete il termine derivante da radice germanica. L'uso in territori a dominazione longobarda ne conferma l'ipotesi e Scurcola è situata nel ducato longobardo di Spoleto". 

Un merito particolare va riconosciuto allo scurcolano Simone Pompei che nel suo scritto "Sul toponimo Sculcula" pubblicato in "Abruzzo - Supplemento" rivista dell'Istituto di studi abruzzesi, gennaio 1967, fu tra i primi ad associare "Scurcola" al nome originario longobardo "Skulka" divenuto poi, in latino tardo antico, "Sculca". Infatti, nel breve saggio di Pompei, tra le altre cose, si legge: "mi venne fatto di pensare alla voce latina sculca (scorta, guardia), che è documentata per la prima volta proprio nell'anno 392, attraverso una lettera scritta dal pontefice Gregorio Magno agli strateghi bizantini Maurizio e Vitaliano […] La radice germ. *skulk si rinviene, oltre che nel toponimo di cui stiamo trattando, anche nel toscano antico scolca e nell'antico portoghese escolca, nel senso di guardia. Dopo aver messo in relazione il toponimo "Sculcula" con "sculca", mi resi conto che tale accostamento, per quanto linguisticamente irreprensibile ed oggettivamente convincente, poteva essere avvalorato solo dalla comprovata esistenza di un certo numero di derivati, ascrivibili con sicurezza alla radice predetta e diffusi in un'area sufficientemente ampia. Ed infatti tale radice, sia pure variamente trasformata sotto il profilo fonetico e con diversa connotazione topografica, è documentata in un'area che va dalla Sabina e dal Piceno, attraverso Lazio, Abruzzi e Molise, fin alla Calabria". L'intuizione di Pompei, come rileva lo stesso Grossi, è stata poi confermata dagli studiosi Walter Cianciusi ed Ernesto Giammarco. Chiunque abbia analizzato le origini del toponimo, ha potuto constatare come esso sia presente sia in altre aree d'Abruzzo, sia in numerosi altri territori italiani

Enzo Colucci ne ha raccolti parecchi: "Nel 1029 in Scolcola a Pieve di Socana (Castel Focognano - Arezzo). Nel 1040 Sculcule ad Asciano (Siena) e nelle seguenti località: Scurcola, colle a nord di fonte Capo la Maina tra Forme e S. Iona (L'Aquila) a controllo sia dei Piani Palentini che della gola di Ovindoli; Castri Sculcule presso Anagni; Scocchia a Montefollonico (Torrita - Siena); Scorcola a Poggio di Monticano (Treviso?); Scurcola a Campagnatico (Grosseto); Un castello di Sculcula in Porto d’Ascoli citato nel 1102; Un casale Sculcule (XIII sec.) è presente presso Serracapriola (Foggia); una masseria Sculcula è nei pressi di Casalnovo M. (Foggia); La Scolca a Gavi (Alessandria); Escolca in Sardegna (Cagliari); Scolca di Bastia, Scolca a Isola Rossa, Scolca di Oletta tutte in Corsica; Scruccula ad Attigio, vicino Fabriano; Piaggia della Sculcula a Campodonico (Ancona); Monte Sculcolo a Castelleone di Suasa (Ancona); Fosso della Sculcula a Barbara (Ancona); Il castello di Sculcula a Monteprandone (Ascoli Piceno); Il castello di Sculcula a Fermo; Scorcola, rione di Trieste; Sculca (Cosenza), Sculca a Camignatello Silano; Sgurgola (Frosinone). Fossato Sculcule ad Ofiani nel Reatino".


giovedì 15 settembre 2022

Padre Luigi da Scurcola, il cappuccino missionario morto in India il 1886


A Scurcola, per quanto mi è stato possibile rilevare, non è rimasta alcuna memoria di padre Luigi, cappuccino missionario vissuto nell'Ottocento. Ho rintracciato il suo nome in maniera quasi casuale e ho potuto individuare alcuni documenti che descrivono, seppur brevemente, la sua vita. Nei testi ufficiali dell'Ordine dei Cappuccini è indicato come Adm R.P. Aloysius da Scurcola. Nello specifico, tra le pagine di un volume dell' "Analecta Ordinis Minorum Cappuccinorum" [1] (pubblicazione ufficiale dell'Ordine fin dal 1884 che documenta la vita dell'OFMCap) ho potuto leggere alcuni interessanti dettagli relativi alla vita ma, soprattutto, alla morte di padre Luigi da Scurcola.

Nel necrologio a lui riservato si spiega che padre Luigi era nato il 27 luglio 1821. Ho cercato sul Portale Antenati del Ministero della Cultura tra i nati a Scurcola nel 1821 e in data 27 luglio l'unica nascita registrata è quella di Francesco Antonio Nuccetelli, figlio di Donato (lavoratore di anni 43) e di Rosa Lucia Bontempi (filatrice di anni 40). Ammesso che questi dati siano corretti, Francesco Antonio Nuccetelli potrebbe essere divenuto padre Luigi nel momento in cui scelse di indossare il saio francescano. L'attribuzione di un nuovo nome è una pratica comune negli ordini regolari, essa simboleggia un taglio definitivo con la vita precedente e la conseguente rinascita nella consacrazione a Dio. Nel corso dei secoli furono diversi i giovani di Scurcola che, studiando presso il nostro antico Convento dei Cappuccini, costruito nel 1590 sull'omonimo Colle e ormai scomparso da tempo, decisero di entrare nell'Ordine.

Analecta Ordinis Minorum Cappuccinorum
Frontespizio

Padre Luigi è entrato nell'OFMCap il 21 luglio 1839 a 18 anni e, poco più tardi, ha scelto di dedicare la sua vita all'opera missionaria. Nell' "Analecta Ordinis Minorum Cappuccinorum" frate Sebastiano di Alatri, missionario a Capno, rivolgendosi ai suoi superiori, descrive le circostanze che hanno condotto alla morte, avvenuta il 12 dicembre del 1886, di padre Luigi: "Sì, questo buon Padre, mancato ai vivi, meno di due settimane prima di Natale, è il M.R.P. Luigi da Scurcola, Vicario Generale, e Superiore del nostro Stabilimento di educazione in Coorjee, nel Distretto di Patna. Ei morì a Benares, il 12 Dicembre scorso, ove egli erasi portato il giorno innanzi per dire Messa nella Domenica seguente, ed amministrare i Sagramenti a quei Cattolici". [2] Patna, denominata anticamente Pataliputra, è la capitale dello stato del Bihar, nell'India settentrionale. "L'arrivo dei cappuccini in India risale all'anno 1632 quando un gruppo di missionari cappuccini stranieri sbarcò a Pondicherry. La loro intenzione era di estendere la presenza missionaria al Tibet e al Nepal; tuttavia, si è scoperto che hanno limitato le loro iniziative missionarie al Vicariato di Agra e Patna". [3]

Frate Sebastiano di Alatri procede con la descrizione dei fatti riportando e traducendo in italiano le parole di un "Foglio Cattolico" di Coorjee: "Il M.R.P. Luigi, nostro Superiore partì per Benares in su la notte del 10 corrente [1886, NdR]. Alle tre della mattina del giorno 12 egli ebbe un forte attacco di dolori di viscere; onde fu costretto a mandare subito pel Medico. Due ne giunsero quanto prima sul luogo, e trovarono che il povero Padre era attaccato dal Choléra. Cholera sì severo, che, in meno di 7 ore del più acuto soffrire, gli troncò la vita" [4]. A condurre alla morte il 65enne padre Luigi da Scurcola, dunque, fu il colera, malattia che, ai tempi, in India, e non solo, causava la morte di molte persone. La scomparsa di padre Luigi per la missione indiana ha rappresentato una grave perdita.

Cappuccini missionari - Inizio 900 (foto tratta dal web)

Continua così nella sua cronaca frate Sebastiano: "Egli era Vicario Generale, e come tale era la mano destra del nostro buon Vescovo, e suo aiuto più valido nel governo del Vicariato. Era Superiore, come si è detto di sopra, delle nostre Istituzioni stabilite in Coorjee, da circa sei anni, e là con il suo zelo e attività non comune rialzò quelle Scuole quasi dall'ultimo grado di decadenza. Il numero dei ragazzi, che prima non giungeva, che di raro, a 40; preso che ne fu da questo zelante Padre il carico, passò spesso a 100. Talmente che egli dovette erigere un nuovo fabbricato, onde poterli ammettere tutti. La cura poi spirituale e temporale, che aveva per essi, occupava continuamente la sua mente ed il suo cuore, e mai negligentava di provvedere anche al minimo loro conforto. Il testé def. P. Luigi, prima di raggiungere la Missione di Patna, aveva lavorato prima, per circa 13 anni, in quella di Agra; e poi, per altri 10 anni, tra l'Inghilterra e l'America" [5]. Padre Luigi da Scurcola è stato sepolto nel cimitero di Benares, città indiana oggi chiamata Varanasi, sulla riva sinistra del Gange, nello stato dell'Uttar Pradesh, nel Nord dell'India, considerata la capitale spirituale del Paese.


Note:
[1] RMI. P. Bernardi ab Andermatt, "Analecta Ordinis Minorum Cappuccinorum", Vol. III, Ex Typhographia «Editrice Industriale», Roma, 1887.
[2] Ibidem, p. 53.
[3] John Alwyn Dias, "Storia della presenza dei frati cappuccini in India", in MC 64 (2020) n. 3, p. 38-40.
[4] RMI. P. Bernardi ab Andermatt, op. cit., p. 54.
[5] Ibidem.



lunedì 5 settembre 2022

Lea De Giorgio, la violinista figlia del maestro Vincenzo De Giorgio


È un immenso piacere per me poter scrivere e raccontare la storia legata a una figura femminile scurcolana molto speciale, quella di Lea De Giorgio, figlia del maestro Vincenzo. Qualche tempo fa avevo letto online un paio di articoli, custoditi nelle emeroteche storiche australiane, in cui viene descritto un concerto che Lea tenne nella serata di mercoledì 14 aprile del 1926 presso la sala del Conservatorio di Sidney. Per conoscere dettagli più precisi sulla vita e sulla carriera artistica di Lea De Giorgio mi sono rivolta a sua figlia, la professoressa Annarita Puglielli che, con grande sensibilità, ha messo a mia disposizione sia lo splendido ritratto della giovanissima Lea De Giorgio che apre questo post, sia le informazioni biografiche che sono alla base al mio racconto.

Lea De Giorgio è la figlia minore di Vincenzo e di sua moglie Agnese Bontempi. Il maestro De Giorgio era giunto per la prima volta in Australia, per la precisione ad Adelaide, nel 1898 e qui, nella serata del 6 agosto, tenne il suo primo concerto. De Giorgio rimase ad Adelaide fino al 1902 per poi rientrare in Italia. Lea nacque nel 1906 e quando aveva appena 3 anni, suo padre scelse di tornare, insieme a tutta la famiglia, in Australia. Stavolta però si stabilì a Sidney, lì dove Lea crebbe ed ebbe una prima fondamentale formazione scolastica e musicale. Quando aveva 14 anni, quindi attorno al 1920, la figlia del maestro rientrò in Italia e per tre anni studiò violino con il maestro Mario Corti presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma.

Conseguito il diploma tornò nuovamente in Australia e, seppur giovanissima, diede inizio alla sua carriera di violinista solista. Ed è proprio a questa epoca che risale l'articolo pubblicato da "The Sun" il 15 aprile del 1926: "Il signor Lionel Lawson ieri sera ha presentato una sua allieva, la signorina Lea De Giorgio, in un recital al Conservatorio. La giovane musicista, figlia del signor V. De Giorgio, suonando la "Ciaccona" di Vitali, si è dimostrata una violinista di compiuta e promettente. Nell'andante del "Concerto in re maggiore" di Mozart (suonato con il signor Lindleyn Evans), il suo tono era fermo e "cantante". La sua memoria è eccellente. Attualmente la signorina De Giorgio manca di vivacità. Questo era evidente nel rondò del concerto. La sua intonazione non era precisa nella "Serenade spagnola" di Chaminade-Kreisler. La "Cradle Song" di Tor Aulin è stata suonata in modo espressivo. In programma anche "Largo" di Veracini e "Chanson Arabe" di Rimsky-Korsakoff. Le canzoni di Miss Bessie Blake includevano "Zingarella" di Paisiello e "Shadow Song" da "Dinorah"".

Pochissimo tempo più tardi la madre Agnese decise di rientrare in Italia, mentre il maestro De Giorgio continuò a lavorare a Sidney. Lea scelse di accompagnare sua madre e di restare con lei. Quando la giovane musicista arrivò a Scurcola, tra il 1926 e il 1927, probabilmente si trovò completamente spaesata: era cresciuta in un ambiente molto diverso da quello scurcolano, abituata a parlare inglese, vissuta in un clima artistico e culturale che il nostro piccolo paese non poteva di certo offrirle. Per questo si spostò ad Avezzano, portando con sé Agnese, e iniziò a dare lezioni di musica. Una donna molto emancipata Lea, considerati i tempi e i luoghi: non era semplice incontrare una ragazza che avesse la sua formazione e, soprattutto, che lavorasse per conto proprio.

La professoressa Puglielli, nella sua nota, spiega che Lea aveva messo a punto un sistema che permetteva anche ai bimbi più piccoli (di 4 o 5 anni) di leggere la musica e di solfeggiare. A tale scopo aveva elaborato una favola intitolata "Fata Musica" (testo e musica di Lea De Giorgio, copyright del 10 novembre 1947) che sarebbe dovuta diventare anche il soggetto per un cartone animato che, purtroppo, non vide mai la luce. Lea si sposò ed ebbe quattro figli ma non smise mai di insegnare musica (violino e pianoforte) e inglese. Fu tra le fondatrici, negli anni Cinquanta, della "Scuola di cultura drammatica" dell'Aquila. Lea De Giorgio ha rappresentato una figura femminile rivoluzionaria per il nostro paese: un'artista colta, impegnata, intelligente. Ha percorso strade che nessun'altra donna, prima di lei, a Scurcola (e non solo) ha avuto il coraggio o la possibilità di seguire.

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Ringrazio la professoressa Annarita Puglielli per aver trovato il tempo e la pazienza per raccontarmi dettagli della vita di sua madre, Lea De Giorgio. 


sabato 20 agosto 2022

Benedetto De Giorgio chiede "protezione" per suo figlio Vincenzo De Giorgio


Siamo nel 1878, lo scurcolano Vincenzo De Giorgio, colui che diventerà in seguito un importante musicista, compositore e cantante, ha solo 14 anni ed è ancora uno studente presso il Regio Collegio di Musica (oggi Conservatorio di San Pietro a Majella) di Napoli: vi era entrato a 12 anni "dopo un felice esame" [1]. È cresciuto a Scurcola, Vincenzo De Giorgio, ma ha uno spiccato talento musicale per cui suo padre, Benedetto De Giorgio, figlio di Donato De Giorgio, all'epoca, medico del paese, acconsente affinché possa formarsi musicalmente a Napoli, fino a poco tempo prima capitale del Regno, presso il più antico e prestigioso Conservatorio d'Italia. Vincenzo è ancora molto giovane e sta studiando per costruire quella che diventerà un'importante carriera musicale e canora.

Regio Conservatorio di Musica di Napoli

Ed è proprio a quel lontano 1878, precisamente al 27 giugno del 1878, che risale una preziosa e singolare lettera che il dottor Benedetto De Giorgio scrisse a Francesco Florimo, al tempo Direttore della Biblioteca del Regio Collegio di Musica di Napoli. Florimo è stato un compositore, storico, ricercatore e animatore del panorama culturale del tempo, oltre che compagno di studi e amico di Vincenzo Bellini. In un interessante testo [2] curato da Antonio Caroccia, è contenuta la missiva che Benedetto De Giorgio inviò al Direttore Florimo con la quale cerca di ottenere "protezione" per suo figlio Vincenzo. Questo il testo:

Scurcola de' Marsi 27 Giugno 1878 
Illustrissimo Signor Commendatore
Stimato dalla sua cortesia e modi gentili con che mi accolse allorché con una lettera del Sig. 'Cav.' Villarosa presentai alla S. V. il mio figlio Vincenzo, ora alunno in cotesto R. Collegio, mi fo ardito umiliarle la preghiera della sua valevole protezione verso il medesimo. Si approssimano gli esami, dai quali potrebbe la mia finanza travagliata dalla costosa educazione contemporanea di tre figliuoli (de' quali un primo trovasi anche in cotesta Città nella R. Scuola di marina) avere un grande sollievo. Che se il Giovanetto deve aver fatto profitto e portarsi bene, non può dissimullarsi il valore di benevola e potente protezione che vi si associa, onde io la imploro dal suo magnanimo cuore. Alla mia immensa obbligazione che ne risulterà, aggiungerò quotidiane preci al Signore per la conservazione della sua vita, che ci da il vivente ricordo dell'unico rampollo rimasto delle antiche celebrità di cotesto insigne Collegio: ed i voti di un padre di famiglia che affronta immensi sagrifizi per l'educazione della medesima, non potranno rimanere ascoltati.

Il dottor De Giorgio, come si evince dal testo, in prossimità degli esami, cerca di ottenere il "favore" del Direttore Francesco Florimo nei confronti di suo figlio Vincenzo. Il dott. Benedetto De Giorgio spiega che l'educazione della sua prole comporta spese notevoli. Un altro figlio, infatti, si trova sempre a Napoli, arruolato nella Regia Scuola di Marina fin dal 1877: si tratta di Donato De Giorgio, nato a Scurcola il 27 dicembre del 1861 (ha tre anni più di Vincenzo). Appellandosi, dunque, alla "costosa educazione contemporanea" che tre figli impongono, il dottor Benedetto De Giorgio implora "benevola e potente protezione" dal "magnanimo cuore" del Direttore Florimo.


Non bisogna considerare stucchevole, patetica o adulatoria la lettera che il dottor De Giorgio inviò a Francesco Florimo nel lontano 1878 perché al tempo era pratica comune che genitori, tutori o soggetti vari cercassero la "protezione" di qualche illustre personaggio il quale, ovviamente, era liberissimo di accogliere queste preghiere o di ignorarle completamente. Non sappiamo e, probabilmente, non sapremo mai se la richiesta di Benedetto De Giorgio fu accolta e messa in pratica. Il dato certo è che Vincenzo De Giorgio concluse i suoi lunghi e approfonditi studi canori e musicali tenendo il suo primo concerto pubblico presso la Sala Schioppa, a Napoli, il 21 dicembre 1890.


Note:
[1] Antonio Rosa, Vincenzo De Giorgio. Pianista e Maestro di Canto. Cenni biografici a cura della Pro Loco di Scurcola Marsicana, p. 3.
[2] Antonio Caroccia, I corrispondenti abruzzesi di Florimo: selezione dall'Epistolario. Volume 3 di Documenti di storia musicale abruzzese, Libreria musicale italiana, Lucca, 2007, p. 72.


martedì 16 agosto 2022

Risale al 1534 la campana più antica di Scurcola Marsicana


La campana più antica di Scurcola Marsicana risale al 1534 ed è attualmente accolta all'interno della sagrestia della chiesa di Sant'Antonio da Padova. È stata recuperata e ricondotta in chiesa diversi anni fa e rappresenta, a mio avviso, uno degli oggetti più preziosi che possediamo. È una campana di dimensioni notevoli che riporta alcune iscrizioni e alcuni simboli che forse possono aiutarci a scoprire dettagli apprezzabili. In primo luogo, sulla parte alta della campana, in grandi caratteri e in numeri romani, è riportata la data MCCCCCXXXIIII; inoltre è possibile leggere alcune parole che, solo grazie all'aiuto di Ernesto Andreoli, sono riuscita a decifrare.

Iscrizioni e simboli sacri

Si tratta della prima frase del Regina Caeli (o Regina Coeli), tracciata con diverse abbreviazioni, la preghiera cattolica dedicata alla Vergine Maria con cui i fedeli chiedono alla madre di Gesù risorto di intercedere presso Dio. Il testo completo: "Regina caeli, laetare, alleluia / Quia quem meruisti portare, alleluia / Resurrexit, sicut dixit, alleluia / Ora pro nobis Deum, alleluia" (Regina del cielo, rallegrati, alleluia / Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia, / È risorto, come aveva promesso, alleluia / Prega il Signore per noi, alleluia). La composizione del Regina Caeli è anonima e dovrebbe risalire al X secolo: un'invocazione recitata in sostituzione della preghiera dell'Angelus nel periodo pasquale oppure, quotidianamente, nel corso della preghiera della Liturgia delle Ore.

Iscrizioni e figura sacra

Altro dettaglio interessante, oltre alla data 1534 e ai primi versi del Regina Caeli, è il nome "Angelus Melo Verulanus", anch'esso ben visibile sull'antica campana. Con ottime probabilità ci troviamo di fronte al nome della fonderia che ha realizzato la preziosa campana: Angelo Melo da Veroli. Ho individuato un documento ottocentesco [1] che cita lo stesso "Angelus Melo Verulanus" in riferimento alla chiesa e al convento di Sant'Angelo presso Valmontone: "Nella maggior campana del nostro campanile si legge questa memoria: Ave Maria gratia plena Dominus. A. Domini M.CCCCC.XXIII. Michael Archangele veni in adiutorum populo Deo. Angelus Melo Verulanus". Si tratta, evidentemente, dello stesso artigiano che ha realizzato una campana per un convento che, seppur fondato dai benedettini, divenne francescano durante la prima metà del XIII secolo.

Sigillo ogivale del convento di S. Antonio da Padova di Scurcola

Anche la campana cinquecentesca di Scurcola è legata all'ordine francescano. Ad attestarlo, senza alcun margine d'errore, l'antico sigillo ogivale del convento di Sant'Antonio da Padova di Scurcola Marsicana, convento fondato, come abbiamo imparato da tempo, dai monaci del Terzo Ordine francescano dei quali rimane originaria memoria attraverso preziosi dettagli: l'iscrizione, risalente al 1518, visibile nella lunetta dello splendido portale d'arte gotica francese della chiesa di Sant'Antonio; il cinquecentesco portone ligneo della stessa chiesa che racchiude i simboli dell'ordine; l'Instrumentum XXVIII [2], documento risalente al 26 luglio 1520 attraverso il quale il Principe Ascanio Colonna accorda la donazione del convento di Sant'Antonio da Padova, in accordo con il popolo di Scurcola, al religioso francese dell'Ordine Terziario Guglielmo Malparlante.


Note:
[1] Casimiro da Roma, Memorie istoriche delle chiese, e dei conventi dei frati minori della provincia romane raccolta da Casimiro da Roma frate dello stesso ordine, Stamperia della Rev. Cam. Apost, Roma, 1845.
[2] Archiuium bullarum, priuilegiorum, instrumentorum, et decretorum fratrum, et decretorum fratrum et sororum tertii ordinis S. Francisci, Typos Marij Vignae, Parma, 1658, p. 737-739.


mercoledì 10 agosto 2022

Domenico Rosa, il farmacista di Scurcola a metà dell'Ottocento


Chi era Domenico Rosa? Come si vede dalla foto d'epoca che lo ritrae, era un bel signore con una folta barba scura ma, più di tutto, Domenico Rosa è stato il farmacista di Scurcola nella seconda parte dell'Ottocento. Andiamo con ordine: Domenico era nato il 26 maggio 1826, figlio di Pietro Rosa (29 anni, lavoratore) e di Maria Scipioni (38 anni, filatrice). Purtroppo non abbiamo moltissime notizie in merito alla sua famiglia d'origine ma, grazie a una delle sue discendenti, la pronipote Maddalena Rosa, sono riuscita a visionare il diploma di Laurea in Fisica e Matematica conseguito da Domenico il 25 maggio 1850, all'età di 24 anni, presso la regia Università di Napoli.

Laurea di Domenico Rosa (1850)

Il titolo conseguito, come si evince dal documento, consente a Domenico Rosa di esercitare la professione di farmacista. In calce al diploma di Laurea, inoltre, si può leggere un breve testo, probabilmente vergato a mano dallo stesso Domenico, che recita: "Io Domenico Rosa del Comune di Scurcola provincia di Aquila ho giurato secondo la formula della regia università degli studi oggi il dì 20 giugno 1850". È quindi verosimile che, dopo il conseguimento del titolo e dopo il giuramento, il nostro dottor Rosa abbia iniziato a praticare la professione di farmacista a Scurcola.

Annuario del Regno d'Italia 1894

Non sappiamo dove fosse la sua farmacia ma, da alcuni ricordi che ci ha lasciato suo nipote, don Antonio Rosa (1920-2009), sacerdote e musicista scurcolano, figlio di Enea Rosa (1884-1947) e Maddalena Valente (1881-1963), sembra che l'abitazione di Domenico Rosa si trovasse in via Porta Reale ed è proprio in questa abitazione che nacque lo stesso don Antonio, prima di trasferirsi, a partire dal 1929, nella casa materna di via delle Scuole 28, legata storicamente alla famiglia Barnaba. Secondo un documento che ho ricevuto da Aulo Colucci, il nostro farmacista sposò Teresa Giusti, originaria di Magliano. I due ebbero diversi figli: Ettore, Elvira, Elio, Ernani, Enea (padre di don Antonio) e Maria.

Domenico Rosa e l'orchestrina scurcolana

In base a un breve stralcio tratto dall'Annuario Generale del Regno d'Italia del 1894, risulta che Domenico Rosa, in quell'anno, fosse il farmacista di Scurcola. Lo sarà ancora per poco tempo poiché verrà a mancare il 9 maggio 1896, a 70 anni. Per completare il ritratto di Domenico Rosa, è importante ricordare che egli fu un grande appassionato di musica e sembra che in casa Rosa tutti suonassero qualche strumento musicale. Non è un caso, infatti che una foto storica, già pubblicata all'interno del libro "Scurcola Marsicana Monumenta", ritragga il nostro farmacista al centro di una piccola orchestra composta da scurcolani suoi contemporanei.

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Ringrazio Maddalena Rosa per aver messo a mia disposizione la foto del diploma di Laurea del suo bisnonno Domenico Rosa.


Il filosofo Antonio Rocco tra “Le Glorie degli Incogniti” (1647)

Siamo nella Venezia del Seicento, la città più cosmopolita della penisola. Giovanni Francesco Loredan ha solo 27 anni quando, da giovane no...