domenica 20 giugno 2021

Miani Bartolomeo Fece 1526. Un'antica iscrizione a Scurcola Marsicana


Girovagando per il centro storico di Scurcola, come ormai faccio da anni, mi è capitato di notare un bellissimo portale che si trova su via Diaz e che forse, come mi capita di rilevare sovente, in pochi conoscono. Va specificato che l'affascinante strada del borgo di cui sto parlando parte da via Colonna, dietro al campanile della Chiesa della SS. Trinità, e si inerpica fino alla parte più alta, sbucando, dopo pochi gradini di pietra, su via Oberdan. Ebbene, proprio al numero 27 di via Diaz, è collocato un edificio che, in passato, venne immortalato in una nota fotografia scattata poco dopo il terremoto del 1904 che, come ho già scritto, molti danni e nessuna vittima fece a Scurcola. 

Il portale di via Diaz dopo il terremoto del 1904

Al di sotto di una tettoia piuttosto malmessa e salendo qualche alto gradino in pietra, è collocato un portale molto bello e molto prezioso. Mi hanno colpito i suoi fregi, la sua raffinatezza ma, soprattutto, mi ha colpito l'iscrizione che si può leggere ancora con nitidezza: "MIANI BARTOLOMEO FECE 1526". La solita e innata curiosità mi ha indotto a chiedere informazioni e a trovare qualche spiegazione in merito, ma non sono riuscita a individuare nulla che possa fare chiarezza su un tal Bartolomeo Miani che, nel corso del XVI secolo, a Scurcola, fece realizzare questo portale che, vale la pena sottolineare, ha circa cinquecento anni.

Data 1526 riconoscile sotto la vernice

Il cognome Miani, per quanto mi è stato possibile capire, storicamente, è del tutto estraneo al nostro paese. Potrebbe trattarsi di un forestiero? Potrebbe trattarsi di una famiglia ormai estinta? Quel che è certo è che, oltre al nome, sul portale di via Diaz è incisa anche una data precisa: 1526. Oggi è un po' difficile notarla poiché coperta dalla vernice usata per tracciare il numero civico 27 ma, con un minimo di attenzione, l'anno 1526 si può chiaramente individuare.

Alcuni preziosi dettagli del portale

Siamo di fronte a uno dei portali più singolari di Scurcola. Oltre, naturalmente, a uno dei manufatti meno studiati e meno considerati del centro storico. Negli anni, come si può notare anche dalle foto, il bel portale Miani è stato sporcato da svariate tinteggiature che lo hanno parzialmente imbrattato ed è stato persino forato per aggiungere ganci di sostegno (probabilmente per installare una tenda). 

Il portale oggi

Inoltre bisogna rilevare che, dopo la ricostruzione post-terremoto, sul muretto che delimita il pianerottolo è stata aggiunta una pietra finemente lavorata ancora ben visibile: ulteriore preziosa decorazione che rende questo angolo di Scurcola ancora più interessante. Non so se sarà mai possibile, ma per il bene di Scurcola e per la valorizzazione del suo patrimonio artistico e storico, sarebbe importante poter ristrutturare e ripulire questo antico e splendido portale.



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martedì 15 giugno 2021

Sant'Egidio: dipinto scurcolano di Luigi Giannantoni (1868)


Il nome del pittore tagliacozzano Luigi Giannantoni (o Giannantonj) non è nuovo all'interno di "Scurcola Marsicana Blog". Qualche tempo fa, infatti, ho citato il bravo artista marsicano descrivendo il quadro di Santa Anatolia, custodito all'interno di una delle cappelle della Chiesa di Maria SS della Vittoria, da lui realizzato e firmato nel 1855. Forse non tutti sanno che a Scurcola esistono anche altre opere dipinte da Giannantoni e, tra di esse, ho scelto, in questo frangente, di soffermarmi sul ritratto di Sant'Egidio, conservato presso l'omonima chiesa scurcolana che si trova all'ingresso del paese, lungo la Via Tiburtina Valeria.

Chiesa di Sant'Egidio (XI sec.)

Va detto che ciò che resta della Chiesa di Sant'Egidio è solo una minima parte di ciò che fu l'edificio sacro originario, uno tra i più antichi di Scurcola e della Marsica, visto che risale, con ottime probabilità, all'XI secolo. La sua fondazione si deve all'ordine dei Benedettini che utilizzò per alcuni secoli l'originaria costruzione sia in funzione di Chiesa, sia come luogo di ricovero e di sosta per i pellegrini che si muovevano lungo l'antico tracciato della via Valeria. Delle origini e della storia della piccola chiesa di Sant'Egidio parlerò prossimamente, ora vorrei tornare alla tela dipinta da Luigi Giannantoni.

Altare cinquecentesco con tela di S. Egidio

Il ritratto di Sant'Egidio è accolto presso l'altare laterale di sinistra, un altare realizzato in pietra che dovrebbe risalire al Cinquecento ed è quasi gemello di quello di San Luca, collocato sulla parete opposta. Nel dipinto di Luigi Giannantoni (o Giannantonj, come lui stesso si firma), Sant'Egidio è ritratto secondo i canoni dell'iconografia classica: un uomo anziano con la barba bianca accanto al quale si nota la presenza di una cerva. Secondo la Legenda Aurea, Egidio, vissuto forse tra il VII e l'VIII secolo, era giunto da Atene e si era stabilito nel sud della Francia. Decise di vivere da eremita presso la foce del Rodano. La sua vita era scandita dalla preghiera e dai digiuni: il Santo si nutriva solo di erbe e di frutti selvatici dormendo sulla nuda terra. Dio, al cospetto della grande prova di fede e del sacrificio di Egidio, volle inviargli una cerva affinché gli donasse latte ogni giorno: ecco spiegata la ragione per cui anche Giannantoni ha incluso nell'opera scurcolana la figura di una cerva.

Dettagli: pastorale e mitra

Meno chiaro, invece, è il senso del pastorale, ossia del bastone dall'estremità ricurva usato dal vescovo nei pontificali e nelle cerimonie più solenni. Così come poco chiara è la presenza, in questo dipinto, della mitra, ossia del copricapo che, sempre secondo i dettami della Chiesa Cattolica, rappresenta lo splendore della santità, della dignità e dell'autorità del Vescovo. Sant'Egidio non è mai stato Vescovo, eppure qui si associano al Santo elementi tipici della figura episcopale ossia il pastorale, sorretto con la mano destra, e la mitra che viene presentata da un angelo che si trova ai piedi di Sant'Egidio. Non possiamo affermare che Luigi Giannantoni si sia sbagliato ma che, probabilmente, si sia solo limitato a seguire una tradizione pittorica antecedente che vedeva il Santo ritratto spesso in abito pontificale con tanto di pastoralemitra

Chiesa abbaziale di Saint-Gilles du Gard

Come detto, Sant'Egidio non fu mai Vescovo ma più semplicemente Abate di un monastero benedettino nei pressi di Arles che, dopo la sua morte (avvenuta intorno all'anno 720), prese il suo nome: "Abbazia di Saint-Gilles du Gard" (Egidio in francese è Gilles). La figura sacra di Egidio (festeggiata il 1° di settembre) è inclusa tra quelle dei cosiddetti "Santi ausiliatori". I benedettini che, nell'XI secolo, fondarono la Chiesa di Sant'Egidio a Scurcola vollero forse omaggiare una delle figure più significative del loro ordine. Solitamente Sant'Egidio è invocato per essere liberati dal delirio della febbre, dalla paura e dalla follia. Egli è considerato il santo che assicura l'assoluzione: a lui ci si confessa con fiducia.



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giovedì 10 giugno 2021

Il campo della Battaglia dei Piani Palentini in una litografia del 1860


Qualche tempo fa, ispirandomi alla toponomastica del borgo di Scurcola, mi sono soffermata sui nomi dei protagonisti della celebre Battaglia dei Piani Palentini che si svolse a poca distanza da Scurcola il 23 agosto 1268. Di recente, durante le mie solite ricerche, ho avuto modo di rintracciare un'opera spagnola del 1860 realizzata da uno scrittore militare che risponde al nome di Mariano Pérez de Castro. Il titolo del volume è "Atlas de las batallas, combates y sitios mas célebres de la antigüedad, edad media y tiempos modernos Acompañado del texto esplicativo, en español y en frances" ossia "Atlante delle battaglie, dei combattimenti e dei siti più famosi dell'antichità, del Medioevo e dei tempi moderni Accompagnato dal testo esplicativo, in spagnolo e in francese". [1]

Ritratto di Mariano Pérez de Castro

All'interno di questo interessante libro, tra le battaglie più rilevanti del Medioevo, è descritta anche la "nostra" Battaglia che l'autore denomina, forse più correttamente di quanto facciamo oggi, "Batalla de Scurcola" (in spagnolo) o "Bataille de Scurcola" (in francese). Il dettaglio che, più di tutti, ha catturato la mia curiosità è costituito dalla litografia (disegno a stampa) che descrive visivamente, in maniera piuttosto attenta, il campo di battaglia e gli schieramenti dei due eserciti, in giallo le truppe di Corradino di Svevia, in rosso quelle più esigue, seppur vittoriose, di Carlo I d'Angiò.

Didascalia (in spagnolo e in francese)

La ricostruzione di Mariano Pérez de Castro indica che gli uomini a disposizione del giovane tedesco erano 9.000 mentre il re francese poteva disporre di 6.000 soldati. Il campo di battaglia è indicato dalla lettera A, la prima colonna è indicata dalla lettera C e la seconda colonna dalla lettera D, come viene spiegato nella didascalia bilingue allestita nella pagina successiva alla litografia. La breve descrizione che Pérez de Castro compie dello scontro tra gli eserciti di Corradino e di Carlo d'Angiò è, nella sostanza, quella che è stata tramandata da numerosi altri testi medievali e rinascimentali. L'epilogo vede soccombere il giovane erede di casa sveva che, ingannato dall'abile stratagemma di Alardo di Valéry, rimane vittima dell'imboscata preparata dai francesi che lo fanno prigioniero e lo decapiteranno nell'ottobre dello stesso anno a Napoli disperdendone i resti mortali.

Frontespizio dell'opera di Mariano Pérez de Castro

Mariano Pérez de Castro ha ricostruito, basandosi, probabilmente, su documenti storici militari a lui accessibili, una delle battaglie medievali più importanti della storia italiana ed europea. Si può notare però un errore abbastanza vistoso: la data dello scontro. L'autore militare spagnolo indica il 25 agosto 1268, in realtà la Battaglia dei Piani Palentini (o Battaglia di Scurcola) si è svolta il 23 agosto 1268. In ogni caso, ciò che mi piace far rilevare più di tutto è la bella litografia dell'area, posta nei pressi di Scurcola, in cui i due eserciti si sono scontrati; una litografia che, credo, gli scurcolani (e non solo) non hanno mai visto prima.



Note:
[1] Mariano Pérez de Castro, "Atlas de las batallas, combates y sitios mas célebres de la antigüedad, edad media y tiempos modernos Acompañado del texto esplicativo, en español y en frances", Madrid, 1860, pp. 124-130.



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sabato 5 giugno 2021

Elenco (non esaustivo) di proverbi e modi di dire scurcolani


Come in ogni paese, anche Scurcola Marsicana ha i suoi proverbi, le sue frasi fatte, le sue parole di saggezza popolare. Si tratta di modi di dire che, per fortuna, ancora oggi, chi continua a parlare il dialetto scurcolano (compresa la sottoscritta), pronuncia e utilizza quando se ne presenta l'occasione. So benissimo che altri prima di me hanno provato a creare lo stesso tipo di raccolta e so benissimo, come ho scritto nel titolo, che questo elenco di proverbi scurcolani non è (e forse non sarà mai) del tutto esaustivo. Infatti mi aspetto che, così come è accaduto quando ho scritto dei soprannomi scurcolani, ci siano persone che offrano il loro contributo per ampliare e arricchire questo mio "inventario" di modi di dire paesani che voglio dedicare al professor Cesare Lucarini col quale, durante alcune nostre chiacchierate telefoniche, ci siamo divertiti a individuare e a scambiare con estremo diletto.


Addo' n'ci sta glio guadagno, la remessa è certa.

Appete alla ficora ci nasce 'o ficoriglio.

Aséno vecchio, mmasto gnovo.

A so colle si fatta l'ara.

A 'sta casa ci sta 'na brutta usanza: è ora de morenna e non se pranza.

Attacca gl'aseno addo vo' glio padrone.

A ti te feta pure glio valle.

Che beglio giovanotto che so i' disse gl'aseno mi, se non m'avanti tu m'avanto i.

Che ci fa lo rutto alle pignate? Senn'esce l'acqua e remanono le vache.

Chi ala poco vale e chi ci sta vicino non vale 'no quattrino.

Chi mena apprimo, mena du' ote.

Chi pecora se fa, glio gliupo sélla magna.

Chi se repara sotto alla frasca, piglia l'acqua che piove e quela che casca.

Chi tè oglio e léna lesto fa a cena.

Chi tè pollere spara, chi nolla tè sente i botti.

Dormi Paolo e conta l'ore.

È lo troppo cace 'ncima agli maccaruni.

È meglio a i alla vigna quando piove che giocà a briscola e fa cinquantanove.

È meglio esse cornuto che male sentuto.

È 'na pignata senza manico.

Fa be' agli àseni che te tirano le zampate.

Fa bene e scorda, fa male e pensa.

Feci che te refeci non fu peccato.

Gl'aseno porta la cama e gl'aseno sélla magna.

Glio bove che dice cornuto agl'aseno.

Glio guappo della sera, gl'agliucco della matina.

Glio mare glio sa chi glio pesca.

Glio mese e' maggio ragliano gl'aseni pe' le vigne.

Glio munno è tanto rósso e tanto zico.

Glio pórco satullo, reoteca glio scifo.

Glio ricco fa comme vo' e glio povero fa comme po'.

Glio sattullo non crede agl'affamato.

Glio vecchio non se doerrìa morì mai.

I guai della pila, gli sa glio copérchio.

La caglina cieca la notte ruspa.

La caglina feta gl'ovo e glio valle strilla glio cuio.

La cera se consuma e glio morto non cammina.

La figlia 'e la sora Camilla, tutti la vóno e nisciuno sélla piglia.

La mamma pe' glio figlio se glio leva glio 'occuniglio, glio figlio pe' la mamma se glio schiaffa tutto 'ncanna.

La pecora che fa bee perde glio voccone.

La róbba chi la fa, chi la mantè e chi se la magna.

La robba degl'avaro sélla magna glio scroccone.

La sposa è bella 'na vota.

La teglia della casa non ména guerra.

La vigna è 'na tigna.

Lo bóno è bóno e lo méglio è méglio.

Lo ti è lo ti e lo mi è lo ti e lo mi.

Magna no cristiano: t'affoghissi quanto magni. Magna 'no porco: che Dio te benedica.

Méglio faccia roscia che trippa moscia.

Morta la vacca, scorta la soccia.

Na calla è bona pure allo mete.

Na 'ota passette Carlo pe' Fucino.

Ncima allo cotto, l'acqua óllita.

Nebbia bassa sole lassa.

No patre po' campà cento figli e cento figli non sano campà 'no patre.

Non so pe' gl'aseni i confétti, né le mela rosa pe' gli pórchi.

Non sputà pell'aria che te recasca 'mmocca.

Pa' e alice, i fatti de casa non se pono dice.

Pane e vino venca, 'sto tempo se manténca.

Parla in ciòmmaro (o "in ciambula") per non fa capì i mòmmari.

Parla quando piscia la caglina.

Pio ruscio e cane pezzato, accitiglio appena nato.

Piro maturo casca senza torturo.

Pure le puci téno la tosse.

Quando glio Velino se fa glio cappéglio, vinni le capre e fatte glio mantéglio.

Quando me so misso a fa glio cappellaro i', so nati tutti senza coccia.

Quant'è béglio vatte nuci a chi sta a pète.

Sant'Agnesa: la lancerta pe' la cesa.

Scine ca scine, ma ca scine 'ntutto.

Se glio bove non vo' arà, a' voglia a proncecà.

Se non so' pazzi, non gli volémo.

Se rispetta glio cane pe' glio padrone.

Se seguiti de 'sto passo, la fame la sighi co' glio seghone.

Se tu mitti la coccia, i' metto la saccoccia.

Si' come glio cane che non po' cacà.

Tanto fa' 'na mamma pe' 'na figlia eppo vè Cicciolebbre e sella piglia.

Te étti annanzi pe' non remane' arrete.

Tra facioi, papate e lenticchie le più bone so le saciccie.

Tre castagne a riccio e n'è 'scita una guasta.

Tre fémmone e 'na noce fecero la Fiera de Santa Croce.

Tu co' na mani, i' co' tutte e' du'.

Tu si' o checcheleché della sera e gl'aiucco della matina.

Va a zappà che te' glio pede rosso.

Va co' chi è méglio e' de ti e facci le spese.

***

Ringrazio Agostino Falcone, Gianna Falcone e Antonella Curini per avermi aiutato a recuperare alcuni dei proverbi e dei modi di dire scurcolani inclusi in questo elenco.



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domenica 30 maggio 2021

Quando andò distrutta l'Abbazia di S. Maria della Vittoria?


Le Muraccia: è così che chiamiamo i ruderi dell'antica Abbazia cistercense di S. Maria della Vittoria. La sua edificazione, come abbiamo imparato leggendo diversi documenti storici, ebbe inizio nel 1274, qualche anno più tardi rispetto alla Battaglia del 23 agosto 1268. Come riporta Pietro Egidi nel suo saggio [1]: "nel 1273 già era stato stabilito che i due cenobi, di Scurcola e di Scafati, sorgessero, e la volontà regia era già stata comunicata ai padri dell'ordine cistercense". E poche pagine dopo: "La commissione (meraviglie di tempi lontani!) assolse il suo compito con grande sollecitudine. Le era stato affidato il primo di gennaio del 1274; un mese dopo aveva compiuto il viaggio, scelto il luogo, fatto i preventivi, e mandati al re, che era in Puglia…".

Ritratto di Leandro Alberti (1479-1552)

Delle fasi edificatorie dell'Abbazia voluta da Carlo I d'Angiò mi occuperò in futuro, in questo post vorrei soffermarmi, invece, sulla sua distruzione e, quindi, sulla sua inesorabile perdita. Lo stesso Egidi all'inizio del saggio citato fa riferimento al fatto che ormai, ai primi del Novecento, del maestoso edificio resti poco o nulla: "pochi muri smozzicati sporgono fuori dal cumulo delle macerie. Sono i miseri avanzi della sontuosa abbazia, innalzata dalla superbia del vincitore a segnare il luogo". Recuperando la testimonianza di Leandro Alberti [2], storico, filosofo e inquisitore bolognese morto nel 1552, si ha la sicurezza che già prima del 1550 (anno di pubblicazione della sua opera) della nostra Abbazia non rimanesse in piedi granché. L'Alberti, attraversando i nostri territori e osservando i luoghi, scrive:
Nel mezzo di questi termini evvi una valle molto bassa larga 10000 passi e molto più lunga. Et talmente da ogni lato è serrata l'entrata dei campi Palentini, et quella Valle, nella quale combatterono ambedue gli esserciti insieme. Fu adunque superato nel mezo di questa pianura Corradino da Carlo antidetto. Onde il prefato Carlo vi fece edificare una sontuosa Chiesa, con un superbo monastero chiamandolo Santa Maria della Vittoria, per la vittoria ottenuta in detto luogo. Et consegnò buoni redditi à i Monachi, quali servivano alla detta Chiesa. Vero è, che per li continui terremoti è rovinata la Chiesa col monasterio, come si vede. Veramente la fu opera di grande spesa, come si può conoscer dalle rouine di quella, conciosia, che tutti questi edifici erano fatti di pietre quadrate molto misuratamente lavorate, e con gran magisterio, e parimente l'antidetto Monasterio, che in vero à veder detti rovinati edifici, ne risulta gran compassione a i risguardanti.
Si tratta, come detto, di un testo scritto a metà del Cinquecento con tutte le caratteristiche della lingua del tempo. Leandro Alberti lascia ben intendere che l'Abbazia, la cui edificazione venne ultimata probabilmente nel 1282, a distanza di poco più di duecento anni era già ridotta alla rovina. Tornando all'Egidi, egli ipotizza che "l'abbazia dovrebbe esser rovinata proprio gli ultimi anni del XV o i primi del XVI: forse nei terremoti del 6 marzo 1498 o in quelli del gennaio 1502, o del marzo 1506". In realtà, leggendo una lista dei terremoti più potenti di quei secoli, si rileva che dalla fine del Duecento, nei nostri territori, vi furono numerosi e gravi terremoti: nel 1349, ad esempio, vi fu una scossa nel centro Italia che distrusse numerose città abruzzesi e provocò molte vittime; un altro, piuttosto importante, vi fu il 26 novembre 1461, poi quello del 1506 citato dall'Egidi.

Le rovine dell'Abbazia di S. Maria della Vittoria ai primi del '900

Di certo gli eventi sismici procurarono danni ingenti alla Chiesa e al Monastero che sembra essere stato definitivamente abbandonato dai monaci già dal 1550. I Colonna, signori di queste terre ai tempi, non fecero nulla per salvare il salvabile, anzi probabilmente favorirono, per tutelare i propri interessi terrieri, l'ulteriore spoliazione di ciò che restava. Quindi, nonostante l'imponenza e la ricercata grandiosità, la nostra Abbazia ebbe, tutto sommato, una vita molto breve. Carlo I d'Angiò avrebbe voluto lasciare ai posteri il segno tangibile della sua potenza e della sua vittoria sul giovane Corradino ma il tempo, gli eventi e gli uomini hanno tramutato il suo desiderio di "eterna memoria" in una cava a cui attinsero gli abitanti di Scurcola e quelli dei paesi vicini per recuperare pietre e altri materiali per costruire chiese, case, stalle, mura e altri manufatti.


Note:
[1] Pietro Egidi, "Carlo I d'Angiò e l'Abbazia di S. Maria della Vittoria presso Scurcola", in "Archivio storico per le province napoletane" vol. 34 (1909) p. 252-291.
[2] Leandro Alberti, "Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l'origine et le Signorie delle Città et delle Castella", Bologna, 1550.



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martedì 25 maggio 2021

Anice: la coltura scurcolana dimenticata


L'uomo della fotografia che apre questo post si chiamava Angelo Fortuna, detto Angeluccitto. L'immagine è tratta dal libro "Scurcola Marsorum" di Dario Colucci. Angelo sta lavorando i semi d'anice. Nello specifico, sta lanciando in aria i semi affinché il movimento d'aria li separi dalla loro scorza, detta anche pula. Il lavoro di Angeluccitto è stato svolto per molto tempo dagli scurcolani ma ormai è praticamente perduto. Nessuno a Scurcola, infatti, coltiva più l'anice. Eppure stiamo parlando di una produzione che ha caratterizzato le nostre campagne per qualche secolo e che, forse, potrebbe essere recuperata da qualche agricoltore di buona volontà e con la passione per le antiche colture. La presenza delle coltivazioni di anice a Scurcola è attestata da diversi autori che, attraversando i nostri territori, rimanevano incantati nel vedere le enormi distese dei fiori bianchi della pianta di Pimpinella anisum, nome dell'anice comune che niente ha a che fare con il più scenografico anice stellato.

Campo di anice (foto dal web)

Uno dei primi testi in cui si racconta dell'anice scurcolano è quello di Giovanni Battista Brocchi [1] il qualche scrive: "Fra Tagliacozzo e le sponde del lago di Fucino stendesi una spaziosa pianura che offre una delle più belle e pittoresche scene che occhio possa mai vagheggiare in siti montani. Una serie di alpi, a cui fanno corona deliziose colline popolate da numerosi villaggi, cinge intorno quel piano, e le sottoposte campagne erano allora vestite di biondeggianti messi, e coperte in parte, per quanto si stendeva lo sguardo, da un tappeto di bianchi fiori di Pimpinella Anisum che si coltiva in gran copia nella campagne della Scurcola, e i cui semi aromatici costituiscono un lucroso rampo di commercio insieme col croco che si raccoglie in molti territori particolarmente in quello di Magliano".

Fiore d'anice (Pimpinella anisum)

Dunque, nei primi dell'800 i campi di Scurcola avevano colpito il Brocchi per la presenza di "un tappeto di bianchi fiori di Pimpinella Anisum". Qualche anno più tardi (1835) dell'anice scurcolano scrive anche il politico e letterato pugliese Giuseppe Del Re [2]: "Le sottoposte campagne sono vestite nelle debite stagioni di biondeggianti messi, e coperte in parte da tappeti di bianchi fiori di Pimpinella anisum, che si coltiva a dovizia in quelle di Scurcola, ed i cui semi aromatici costituiscono un lucroso ramo di commercio insieme col croco che si raccoglie in molti terreni, particolarmente in que' di Magliano".

Semi di anice

Sempre Del Re, nello stesso testo, specifica anche le tecniche di coltivazione e di raccolta oltre che gli impieghi dell'anice: "La coltivazione dell'anaci (pimpinella anisum) occupa nella contrada di Scurcola una parte di terre leggiere, sostanziose, esposte a mezzogiorno, preparate con lavori di aratro e di vanga, livellate con erpici. I suoi semi si gittano di volo in primavera. Allorché spuntano i getti, si sarchiano e si concimano con letami le piante. In tempo di fioritura si strappano i germogli deboli, affinché i granelli acquistino grossezza. Se ne fanno i ricolti verso la fine della state; e l'epoca ne viene indicata dalla caduta de' granelli dell'ombrella centrale. I coltivatori ne ritraggono gran profitto dalle vendite del prodotto, che fanno dentro e fuori del Regno, ove la medicina se ne giova come cordiale, carminativo e digestivo: i profumieri se ne servono per estrarre un olio crasso e odoroso: i confetturieri se ne avvalgono per comporre liquori, e piccoli confetti detti anicini".

Anasetti preparati da Angela Di Massimo

I semi di anice, che molti scurcolani continuano a chiamare "anasi", sono stati prodotti, probabilmente, fino agli anni Sessanta ma, da quanto ho potuto capire, prevalentemente per uso familiare. In generale, l'anice veniva utilizzato dalle donne scurcolane per la preparazione di dolci tradizionali che, proprio grazie alla presenza dei piccoli semi profumati, assumono un'aromaticità molto particolare. I dolci che contemplano l'uso di semi di anice, a Scurcola, sono rappresentati dalle 'ntisichelle (o tisichelle) e gli "anasetti" ossia delle ciambelle preparate solo con farina, acqua, zucchero e semi di anice che ho avuto modo di assaggiare di recente grazie ad Angela Di Massimo la quale mi ha spiegato che, un tempo, questi dolci semplici e durissimi venivano dati come "ciuccio" ai bambini molto piccoli che potevano suggerli senza il rischio di frantumarli. Inoltre i semi di anice sono usati per arricchire e aromatizzare il cosiddetto "tórtaro" un pane a forma di ciambella donato a ogni scurcolano che, durante la cerimonia della sera del giovedì santo, partecipa alla lavanda dei piedi in veste di apostolo.



Note:
[1] Giovanni Battista Brocchi "Osservazioni naturali fatte in alcune parti degli Appennini nell'Abruzzo ulteriore. Memoria (inedita)" in "Biblioteca italiana; ossia Giornale di letteratura, scienze ed arti compilato da una varj letterati", Tomo XIV, Milano, 1819, pp. 363-377.
[2] Giuseppe del Re, "Descrizione topografica fisica economica de reali domini al di qua del Faro nel Regno delle Due Sicilie con cenni storici fin da tempi avanti il dominio de romani. Tomo II", Tipografia dentro la Pietà de Turchini, Napoli, 1835, p. 223, 250-251.

***

Ringrazio Angela Di Massimo per avermi raccontato alcuni dettagli sulla tradizione dei dolci scurcolani all'anice e per avermi fatto assaggiare i suoi buonissimi "anasetti".



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giovedì 20 maggio 2021

Un testamento del 1584 e il Convento dei Cappuccini


Vagando, come sempre faccio, tra i meandri degli archivi online, mi è capitato di rintracciare, all'interno di un vecchio numero (1914) della "Rivista Abruzzese di scienze, lettere ed arti" [1], un riferimento al Convento dei Cappuccini di Scurcola. Tra le "Note e corrispondenze" accolte nella Rivista, ho individuato un breve testo a firma di Beniamino Costantini intitolato "Pel convento dei cappuccini della Scurcola". Ovviamente mi sono precipitata a leggerlo e, come spesso capita, ho rinvenuto dettagli piuttosto interessanti. Queste le parole di Costantini: 
Pel convento dei cappuccini della Scurcola 

Ecco una notizia desunta nello scorso ottobre da un documento esistente nell'Archivio Notarile di Chieti, che potrebbe essere utile a chi si occupa della storia Marsicana.
Facendo, come si dice, lo spoglio della scheda del notaro Domenico Di Rico, di Orsogna, ho rinvenuto un istrumento in data 2 luglio 1763, nel quale, ad istanza del magnifico D. Filippo Bontempi di detto comune, feudo dei principi Colonna, è trascritta una pergamena del 1584, dodicesima indizione, mese di Agosto, regnando D. Filippo d'Austria d'Aragona.
Da detta pergamena si apprende fra l'altro, che tal Cesar Bontempus o de Bonistemporibus, di Scurcola, esimio dottore in legge, con testamento raccolto dal giudice a contratti Stefano de Magistri pure di Scurcola, fa diversi legati, e prescrive la costruzione di un convento dei padri cappuccini in Scurcola, da cominciarsi entro quattro mesi, assegnando a tal uopo la somma di ducati duecento. Prega che i padri cappuccini tengano memoria di lui, e avverte, ove la costruzione del convento non abbia luogo entro quattro mesi, si destina la somma suddetta, che potrà portarsi fino a ducati 250, in dote di una cappella della chiesa di Sant'Agostino in Roma

Beniamino Costantini 
Prima di tutto bisogna spiegare che Beniamino Costantini era nato il 18 marzo 1871 a Orsogna, in provincia di Chieti. È noto come storico oltre che come autore di diversi studi, saggi e biografie di notevole interesse. Ebbene, secondo quanto Costantini scrive nella nota sopra riportata, mentre si trovava presso l'Archivio Notarile di Chieti, consultando una scheda riferibile agli atti del notaro Domenico Di Rico di Orsogna, ha rinvenuto un "istrumento" (atto notarile o rogito) datato 2 luglio 1763. Don Filippo Bontempi che, da altre fonti, risulta essere stato un domenicano di Scurcola, all'epoca fece trascrivere una pergamena dell'agosto 1584

L'articolo di Beniamino Costantini sulla "Rivista Abruzzese" (1914)

Dalla pergamena, come riporta Costantini, si rileva che un certo "Cesar Bontempus o de Bonistemporibus", dottore in legge, "prescrive la costruzione di un convento dei padri cappuccini in Scurcola, da cominciarsi entro quattro mesi, assegnando a tal uopo la somma di ducati duecento". A questo punto bisogna fermarsi e compiere qualche riflessione. Nella seconda parte del XVI secolo, il primo rappresentante della famiglia Bontempi si stabilì a Scurcola su incarico della famiglia Colonna. In base a quanto è stato possibile ricostruire, il primo Bontempi giunto a Scurcola fu Giovan Cesare Bontempi

Ho già dedicato un post a Giovan Cesare Bontempi, pubblicato su questo blog il 13 aprile del 2020. Di lui si sa per certo che, come chiaramente indicato sulla lapide funebre tuttora conservata presso la Chiesa di S. Antonio di Scurcola, morì il 14 ottobre del 1584. Non è complicato accostare le informazioni pubblicate sulla "Rivista Abruzzese di scienze, lettere ed arti" a quelle già note. Ci sono buone probabilità che il "Cesar Bontempus o de Bonistemporibus" del cui testamento si parla nella pergamena dell'agosto 1584, sia proprio il "nostro" Giovan Cesare Bontempi. Il fatto che, in estate, Giovan Cesare Bontempi chiedesse al notaio scurcolano Stefano de Magistri di raccogliere le sue ultime volontà, potrebbe significare che era ben consapevole che non sarebbe vissuto a lungo

Ritratto di Giovan Cesare Bontempi

Giovan Cesare venne sepolto nella Chiesa di S. Antonio perché morì a Scurcola. Nel 1584 aveva 64 anni e lasciava la moglie, Orazia Salamonia, e i figli Giovanni Battista, Federico e Marcello. Tra le sue ultime volontà, secondo quanto riportato nell'antica pergamena descritta da Costantini, vi era quella di far edificare "un convento dei padri cappuccini in Scurcola" entro quattro mesi dall'agosto 1584. Evidentemente Giovan Cesare conosceva le sue precarie condizioni di salute e voleva che i lavori per il Convento iniziassero in fretta. Non sapremo mai se le sue volontà vennero rispettate. Da diversi documenti risulta che i primi francescani cappuccini si stabilirono nel Convento di Scurcola a partire dal 1590, ossia sei anni dopo la morte di Giovan Cesare Bontempi. 

Basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio

Non è da escludere che il suo desiderio non poté realizzarsi, non nei tempi da lui richiesti, quanto meno. Ciò, come si legge, avrebbe comportato una donazione di 250 ducati (una cifra molto importante al tempo) a favore di una cappella della chiesa di Sant'Agostino in Roma. Non sappiamo quale cappella, purtroppo, ma è evidente che i Bontempi dovevano essere collegati, anche solo come semplici devoti, alla Basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio al cui interno sono conservate opere di Raffaello, Guercino, Sansovino oltre alla celebre "Madonna dei Pellegrini" di Caravaggio.


Note:
[1] "Rivista Abruzzese di scienze, lettere ed arti", Anno XXIX - Fascicolo XII - Dicembre 1914.



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