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venerdì 5 aprile 2024

La perduta cancellata in ferro del Monumento ai Caduti di Scurcola Marsicana

 

La vecchia fotografia che apre questo post mostra il nostro Monumento ai Caduti. Si tratta di una cartolina d’epoca, ricolorata a mano, come d’uso all’epoca, che ci consente di osservare un angolo di Scurcola negli anni Trenta. C’è un dettaglio, ben visibile in questa foto, che vorrei porre all’attenzione di chi legge. Si tratta di un particolare che può sembrare irrilevante ma non lo è perché, in realtà, ci racconta un piccolo ma significativo frammento di storia scurcolana e italiana, più in generale.

Il dettaglio a cui faccio riferimento è la cancellata che circonda il Monumento. Analizzando l’immagine con un po' di attenzione ci si può rendere conto che l’inferriata è diversa da quella che attualmente circonda il monumento e il suo piccolo giardino. Le dimensioni sono più o meno le stesse ma le fattezze sono totalmente differenti.

Monumento ai Caduti con inferriata oggi

Da un articolo che ho rintracciato all’interno di “Abruzzo-Molise” [1], giornale dedicato agli abruzzesi negli Stati Uniti, diretto dal marsicano Vincent Massari, sono riuscita a scoprire che la prima cancellata che circondava il Monumento ai Caduti di Scurcola venne installata nel 1926: fu realizzata per le celebrazioni del 4 Novembre.

Tutti sappiamo che il 4 Novembre, in Italia, fin da 1922 [2], si commemora la fine della Prima Guerra Mondiale. A Scurcola, secondo quanto viene descritto nell’articolo di “Abruzzo-Molise”, quell’anno vi fu una “eccezionale” solennità. "Per la circostanza" si legge "il monumento ai caduti in guerra è stato completato con l'installazione di un'artistica cancellata in ferro e con l'offerta di una ricca corona di bronzo e di una lampada votiva, acquistate con delicato pensiero dalla deputazione della festa della Madonna della Vittoria nel decorso anno con i residui dei fondi disponibili". Al cospetto del Monumento, sul quale erano indicati i nomi dei giovani di Scurcola morti nel corso della Grande Guerra, "dopo le brevi parole pronunziate dal podestà signor Liberati, hanno parlato il capitano dei carabinieri, signor Lacchini e il professor Giuseppe Grieco del Ginnasio di Avezzano".

Il Monumento ai Caduti di Scurcola, come ho scritto in passato, era stato inaugurato nel 1925. Dopo poco più di un anno, quindi, secondo la cronaca giornalistica, venne completato e abbellito da “un’artistica cancellata” che, però, non ebbe lunga vita poiché, solo 14 anni più tardi, fu totalmente smantellata.

Il 10 Giugno del 1940, infatti, l’Italia, guidata da Benito Mussolini, entrò in guerra. Le finanze del nostro Paese, ai tempi, erano tutt’altro che floride per cui il Duce, come aveva già disposto nel 1935 con l’iniziativa denominata “oro alla Patria” (durante la campagna di conquista dell’Etiopia), decise di sostenere l’industria bellica nazionale per affrontare la Seconda Guerra Mondiale chiedendo “ferro alla Patria” [3]. Prese l'avvio, su tutto il territorio italiano, la raccolta di materiale ferroso necessario a seguito dello “stato di necessità derivante da causa di guerra”.

Tra i tanti elementi smantellati durante quel periodo vi fu anche la cancellata del Monumento ai Caduti di Scurcola Marsicana realizzata e installata nel 1926 (inclusi corona in bronzo e lampada votiva, immagino). Ho provato a rintracciare, presso il Comune di Scurcola Marsicana, il provvedimento ufficiale che stabilì l’eliminazione, e relativa vendita, della ringhiera che circondava il Monumento, ma negli archivi non ve ne è traccia. All’interno di un libro di Giuseppe Morzilli [4], però, ho trovato indicazioni in merito a una delibera del 13 Novembre 1940, firmata dal Commissario prefettizio dell’epoca, Andrea Nuccetelli, dalla quale si evince che dalla vendita del materiale ferroso consegnato dal Comune di Scurcola nel Novembre 1940, così come richiesto dalle autorità, vennero ricavate 2.695 lire.

Monumento e scuola con le inferriate originali

L’attuale cancellata del Monumento ai Caduti, come mi è stato spiegato dagli ex sindaci Nevio Frezzini e Antonio Nuccetelli, fu ripristinata solo nei primi anni Ottanta, durante l’amministrazione Nuccetelli. Ai tempi venne deciso di far realizzare una nuova ringhiera per il Monumento ai Caduti e un’altra per il vecchio edificio scolastico. Infatti devo ipotizzare che nel 1940, oltre alla cancellata artistica del Monumento, fu “donata alla Patria” anche la recinzione in ferro posizionata sul muro di cinta del vecchio edificio scolastico di Scurcola.

Personalmente ricordo con estrema precisione che, fino ai primi anni Ottanta, il Monumento ai Caduti non era circondato da alcuna cancellata e che sul muro di cinta che circonda la scuola (ai tempi frequentavo le elementari) si trovavano spuntoni di ferro mozzati a testimoniare la presenza di una inferriata che, evidentemente, era stata rimossa anni prima.

 

Note:
[1] Abruzzo-Molise, Volume IX, Numero 50, 17 dicembre 1926.
[2] Regio decreto n. 1354 del 23 ottobre 1922.
[3] Legge n. 408 dell’8 maggio 1940 “Denuncia e raccolta di cancellate di ferro e di altro metallo”; Regio decreto n. 1315 del 25 agosto 1940 “Disciplina della raccolta dei materiali metallici".
[4] Giuseppe Morzilli, “Scurcola Marsicana “Città” dell’Abruzzo marsicano”, I Tomo, 2016, p. 303.

 

martedì 5 marzo 2024

Uno storico articolo del maestro Fabiano Blasetti descrive Scurcola dopo il terremoto del 1904

 

Lo scorso 24 febbraio, presso la Sala consiliare del Comune di Scurcola Marsicana, si è tenuto un incontro per commemorare il drammatico terremoto che colpì il nostro paese 120 anni fa, nel 1904. L’evento è stato possibile grazie all'associazione "Il Punto d'Incontro" APS ETS e, soprattutto, all'impegno di Ernesto Andreoli che ha lavorato instancabilmente per garantire che tutto fosse organizzato nel migliore dei modi. Durante l'incontro erano previsti due interventi: il mio e quello del professor Fabrizio Galadini, dirigente di ricerca presso l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e docente di Geologia per il Rischio Sismico presso l'Università Roma Tre.

Ed è proprio dalla relazione del prof. Galadini che nasce il mio interesse nei riguardi di uno dei contenuti illustrati nel corso dell’incontro del 24 Febbraio 2024. Il professore, infatti, durante la sua esposizione, ha mostrato ai presenti diversi documenti dell’epoca, tra cui un articolo pubblicato sulle pagine de “Il Messaggero” in data 13 Marzo 1904. Il dettaglio che ha attirato immediatamente la mia attenzione è stata la firma dell’articolista: Fablas. Per me non ci sono dubbi, è stata una sorta di illuminazione: Fa-Blas vale a dire Fa-biano Blas-etti. Il maestro Fabiano Blasetti del quale, negli anni passati, ho scritto in un paio di circostanze.

Parte iniziale dell'articolo con il nome "Fablas"

Il maestro Blasetti fu insegnante elementare a Scurcola tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del Novecento. Fu anche un appassionato cultore di storia, archeologia e cronaca locale. È autore di componimenti poetici, di saggi storici ma scrisse anche pezzi per “Marsica Nuova”, il giornale dei marsicani migrati negli Stati Uniti. L’esistenza dell’articolo de “Il Messaggero” ci fa chiaramente intendere che Fabiano Blasetti ebbe modo di curare contenuti giornalistici anche per la testata romana.

Fabiano Blasetti, originario di Petrella Liri, si traferì a Scurcola dopo il matrimonio, avvenuto il 20 Marzo 1871, con la scurcolana Maria Aurora Liberati (1), rappresentante della famiglia dei noti proprietari terrieri locali. L’avvocato Ennio Giuseppe Colucci (Scurcola Marsicana 1907 - Roma 1985), nei suoi scritti, descrive il maestro Blasetti come un liberale, un patriota e, soprattutto come un "mangiapreti". Nel 1904, dunque, Fabiano Blasetti scriveva per “Il Messaggero” e raccontava cosa stava avvenendo a Scurcola nei giorni e nelle settimane immediatamente successive al terremoto che colpì, in primis, i paesi di Rosciolo e di Magliano.

Soldati del Genio Zappatori in via Corradino

Trascrivo per intero, qui di seguito, il testo dell’articolo che il professor Galadini ha messo gentilmente a mia disposizione. Blasetti, attraverso la sua cronaca, ci restituisce il quadro di una situazione angosciante e tragica che gli scurcolani si trovarono a vivere a causa dello sciame sismico che colpì il nostro paese subito dopo la prima, violenta scossa delle ore 16.53 del 24 Febbraio 1904:

Il nostro paese che, dopo subite circa 60 scosse telluriche, più o meno forti, sembrava quasi incolume da qualsiasi rovina, colle scosse ripetutesi fra questa notte e nella giornata di oggi si sono aperte maggiormente nei fabbricati le piccole lesioni dei giorni passati, manifestandosene delle nuove, determinando la immediata rovina dalla maggior parte del paese, per le molte case lesionate, quasi cadenti, anzi quattro o cinque sono da demolirsi.

Le case malamente costruite, la posizione impossibile del paese disteso ad anfiteatro sopra una collina disgregatasi dal monte San Nicola, fanno sì che la caduta di una casa al di sopra, cagioni la rovina di una o più case sottostanti. Per non allarmare la popolazione, si è fatto male a non palesare il grandissimo pericolo e disastro pur troppo prevedibili, come hanno fatto altri paesi con invidiabile sollecitudine. Il nostro egregio sindaco conte Angelo Vetoli, ha saputo consigliare e dirigere la intera popolazione, avvicinandola giorno e notte, facendo venire tende per copertura nelle rigide e nevose notti, portandosi tutta ad accampare all'aperto.

Ora si sta procedendo al puntellamento delle case pericolanti sotto la direzione dell'ing. Uffreduzzi del genio civile. La popolazione si è nuovamente attendata all'aperto dopo le scosse della scorsa notte, scosse violente che hanno maggiormente danneggiato gli abitati di Cappelle, Rosciolo, Magliano, Massa d'Albe, oltre il nostro paese. E ciò che maggiormente preoccupa è il timore che nuove scosse e nuovi danni sovrastino i paesi situati sulla zona agitata da intestini sconvolgimenti. Il sottoprefetto di Avezzano si è portato sul luogo rimanendo sconcertato dalle tristi condizioni del caseggiato lesionato e cadente.

Fra le case maggiormente cadute in rovina sono la chiesuola di S. Vincenzo, condannata alla demolizione; l'asilo Anzini che è prossimo a crollare, per cui sono state sospese le scuole; il convento delle monache a Sant'Antonio, che si doveva adibire ad ospedale per i poveri è rimasto colle mura fortemente lesionate e distaccate negli angoli interni ed esterni; colla volta in parte caduta in un lungo dormitorio, con altre camere e coll'artistica chiesa annessa in condizioni disperate. La casina del conte Alberto Vetoli è screpolata in mille guise. Insomma i danni sono immensi; la popolazione è terrorizzata. Occorrono soccorsi solleciti”.

 

Note:
(1) Archivio di Stato dell’Aquila, Portale Antenati.


***

Ringrazio il prof. Fabrizio Galadini per aver risposto alla mia richiesta e per avermi permesso di leggere e acquisire l'articolo del 1904 riguardante Scurcola. Senza la sua disponibilità, non avrei potuto scrivere questo nuovo post.

domenica 21 gennaio 2024

Il ritorno a Scurcola della salma del ten. Giuseppe Rosa, morto durante la Prima Guerra Mondiale

 

Giuseppe Rosa, nato a Scurcola Marsicana il 24 Marzo 1895, era figlio di Gaetano Rosa (importante personaggio scurcolano vissuto tra Ottocento e Novecento di cui, in più circostanze, ho parlato attraverso il blog) e di sua moglie Anna Petrocchi (1870-1948). Giuseppe morì, a soli 22 anni, nel corso della Prima Guerra Mondiale, in Albania. Secondo l’Albo d’Oro dei Caduti della Grande Guerra [1], il tenente Giuseppe Rosa risulta essere deceduto il 29 Maggio 1917 a causa di “ferite riportate in combattimento”.

Giuseppe Rosa nell'Albo d'Oro dei Caduti della Prima Guerra Mondiale

La tomba di Giuseppe, presso la quale mi soffermo sempre quando vado a visitare i defunti, è accolta nel cimitero di Scurcola: i resti del giovane militare sono accanto a quelli di sua madre Anna, all’interno dello stesso loculo. Ho notato, però, che la data di morte di Giuseppe incisa sulla lapide funebre non coincide con quella registrata dall’esercito poiché, sulla tomba, è scritto 24 Maggio 1918.

Non riesco a spiegarmi l’origine della discrepanza tra la data di morte che risulta dai registri ufficiali del Ministero della Difesa e quella indicata sulla tomba del giovane. È possibile che ci sia stato un errore di scrittura sulla lapide? Oppure ai genitori, al tempo, fornirono un’informazione sbagliata in merito all’anno della morte del loro figlio? Sinceramente non so fornire interpretazioni convincenti che possano spiegare tale difformità.

Tomba di Anna Petrocchi e Giuseppe Rosa (cimitero Scurcola)

Posso però scrivere qualcosa in merito al rientro a Scurcola Marsicana della salma del tenente Giuseppe Rosa, che aveva prestato servizio militare presso il 20° Reggimento Artiglieria da Campagna. Grazie a un articolo, pubblicato sulla rivista statunitense “Abruzzo-Molise” [2], possiamo conoscere interessanti dettagli circa la partecipata cerimonia che si svolse in paese quando, nel 1926, quindi a distanza di 8/9 anni dalla morte, la salma di Giuseppe Rosa tornò a casa.

Posso dire che nel testo dell’articolo si riporta la stessa data di morte dell’Albo d’Oro, ossia 29 Maggio 1917: "Con eccezionale solennità ha avuto luogo il trasporto funebre dalla stazione ferroviaria della salma del tenente Giuseppe Rosa, reduce dall'Albania, ove il compianto ufficiale moriva il 29 maggio 1917 prestando servizio nell'arma di artiglieria". Il podestà (siamo nei primi anni del Ventennio fascista) Vitantonio Liberati fece affiggere dei manifesti per rievocare la memoria del giovane Rosa.

Non sappiamo con esattezza in quale giorno avvenne la cerimonia per il rientro della salma del militare scurcolano, possiamo solo intuire che fu poco prima del 12 Marzo del 1926. "Alle ore 10" si legge "sfila il corteo che si reca alla stazione ferroviaria per rilevare le sacre spoglie, che attendono già da qualche giorno, nella sala d'aspetto della stazione stessa, trasformata in camera ardente, il commosso omaggio della popolazione tutta, che nel tanto auspicato ritorno, renderà alla cara salma il supremo tributo di rimpianto e di affetto in una espressione di dolore e di orgoglio".

Il corteo che accompagnò la salma del tenente Rosa era formato dalle confraternite locali, dai soci dalla società operaia agricola di Mutuo Soccorso con il presidente avv. Vincenzo Pompei, dal direttore della sezione fascista con il segretario politico avv. Vittorio Bontempi, dai bambini delle elementari con gli insegnanti, da una rappresentanza della Milizia di Scurcola e di Magliano al comando del decurione Carfagno, dagli ufficiali in congedo Gino Macchia e Giuseppe Talone, dal comandante della stazione dei Carabinieri Dante Scorsi e da tutto il consiglio comunale, compreso il podestà Liberati e il giudice conciliatore Francesco Ansini.

Il nome di Giuseppe Rosa sul Monumento ai Caduti

Quando il corteo si avvicinò a piazza Vetoli (che nel 1936 fu rinominata piazza del Littorio e solo dopo il 1946 divenne piazza Risorgimento), il feretro venne deposto per qualche minuto presso il monumento ai Caduti che, per la cronaca, era stato inaugurato solo nella primavera dell'anno precedente (1925). Il nome del tenente Giuseppe Rosa, oggi, è incluso tra quelli dei caduti della Grande Guerra, è leggibile sulla facciata sinistra del monumento, proprio sotto a quello del capitano Luigi Di Giacomo, morto nel 1918.

Subito dopo, la salma di Giuseppe Rosa fu accompagnata presso la parrocchia della SS. Trinità "ove, nella scalinata della chiesa, il sindaco, signor Liberati, porge un commosso saluto alla salma a nome dell'Amministrazione comunale". A seguire pronunciarono parole di rimpianto e di cordoglio il segretario comunale Emilio Nuccitelli e lo studente Nicola Nuccitelli "il quale con forbito discorso commemora il tenente Rosa inserendo la sua memoria fra quelle dei più fulgidi eroi della Patria". Infine vi fu il saluto dell'avv. Vincenzo Pompei a nome dei combattenti di Scurcola. La cerimonia religiosa terminò alle ore 12, si legge nell'articolo pubblicato in "Abruzzo-Molise" nel 1926. Il feretro venne infine tumulato presso il cimitero di Scurcola dove tuttora si trova.

 

 Note:
[1] https://www.cadutigrandeguerra.it/
[2] “Abruzzo-Molise”, Numero 10, 12 marzo 1926.


domenica 14 gennaio 2024

I volti e i nomi di un gruppo di emigrati scurcolani che vivevano a Charlotte, Stato di New York, negli anni Venti


Premessa necessaria: di recente, mentre svolgevo delle ricerche, che esulano dalle attività legate a questo blog, ormai “dormiente” da diverso tempo, mi sono imbattuta in svariati e interessanti articoli pubblicati da un giornale attivo negli Stati Uniti dal 1924 al 1926. Si tratta di una testata nota con il nome di “Abruzzo-Molise” (ex “Marsica Nuova”) diretta, anche in questo caso, dal luchese Vincenzo Massari. Tra le pagine di “Abruzzo-Molise” ho individuato alcuni articoli risalenti al 1926 che raccontano episodi di vita scurcolana ormai dimenticati e che vorrei tornare a condividere attraverso “Scurcola Marsicana Blog”.

***

Il primo articolo che ho avuto modo di individuare è legato ai volti e ai nomi di un gruppo di emigrati scurcolani di cui, temo, oggi quasi nessuno possa conservare memoria. Sulle pagine di “Abruzzo-Molise” del 5 Marzo 1926 venne pubblicata una foto di gruppo dedicata agli “Scurcolani di Charlotte NY”. Quando ho visto l’immagine, l’ho collegata a una fotografia che mi è stata consegnata da Aulo Colucci alcuni anni fa.

Finora, pur avendo tentato di capire, in più circostanze, chi fossero gli uomini del ritratto, non sono mai riuscita a reperire informazioni convincenti. Avevo semplicemente intuito, osservando le due bandiere alle spalle delle persone ritratte, che potesse trattarsi di scurcolati emigrati negli Stati Uniti. Adesso, grazie alla mia recente ricerca, è almeno possibile associare un nome a ognuno dei volti ritratti in foto.

Ritaglio dell'articolo di "Abruzzo-Molise" (1926)

Questo il testo del breve articolo che accompagna la fotografia.

Con piacere pubblichiamo il gruppo dei Scurcolani di Charlotte NY i quali cercano di fondare una Società di M.S. [Mutuo Soccorso, ndr] tra tutti gli oriundi di Scurcola. Essi, entusiasti del nostro giornale, non mancarono di abbonarsi immediatamente. Nel gruppo mancano alcuni che non erano a Charlotte al momento della fotografia. I presenti sono: Prima fila, in piedi: Agostino Nuccitelli, Antonio Tortora, Paolo Petitta, Pietro e Vittorio Petitta.
Seconda fila: Carmine Tortora, Aristide Tortora, Giovanni Nuccitelli, Emilio Tortora, Pietro Mantelli, Angelo Mantelli e Francesco Liberati.
Terza fila, seduti: Angelo Nuccitelli, Tommaso Silvestri, Lorenzo Nuccitelli, Frank Mantelli, nostro corrispondente, e Agostino Panfili.
Seduti a terra: Domenico Nuccitelli e Giovanni Nuccitelli.
Sarà con piacere che nei prossimi numeri, pubblicheremo, se fornitici, i gruppi di altri corregionali di qualsiasi altra parte degli Stati Uniti
”.

Credo che sia quasi impossibile, oggi, conoscere le vicende personali degli scurcolani ritratti in foto. Hanno in comune la stessa provenienza, Scurcola Marsicana, oltre ad aver avuto la necessità di andare oltre Oceano alla ricerca di condizioni di vita migliori. Avranno lasciato in paese molti affetti, molti amici, molti ricordi. Chissà se qualcuno di loro sarà mai riuscito a tornare a Scurcola oppure se, come temo, nessuno di loro abbia più avuto la possibilità di rivedere la propria terra.

Sicuramente vivevano tutti a Charlotte, un grande quartiere della città di Rochester, a nord dello Stato di New York. Un’area che, storicamente parlando, ha accolto moltissimi immigrati italiani tra la fine Ottocento e la prima parte del Novecento. Eppure dei 19 scurcolani immortalati in questo affascinante scatto, non possiamo sapere molto di più. Sarebbe interessante se qualcuno, oggi, potesse riconoscere un volto familiare, un nome noto, una storia degna di essere recuperata e raccontata.


sabato 10 settembre 2022

Le quattro età del campanile della Chiesa della SS. Trinità


Chiunque, osservando la vecchia foto in bianco e nero, risalente ai primi del Novecento, che ritrae un piccolo scorcio del borgo di Scurcola Marsicana, può rilevare che, ai tempi, il campanile della Chiesa della SS. Trinità era diverso da come è attualmente. Nello specifico: manca un piano, il quarto, quello che oggi accoglie l'orologio. Le fasi edificatorie del nostro campanile sono piuttosto antiche e, purtroppo, non molto studiate né spiegate in maniera accurata. Uno dei miei primi post, come qualcuno ricorderà, era dedicato a "Un leone sul campanile della Chiesa della SS. Trinità" in cui descrivevo la presenza di un antico e prezioso fregio, dalle fattezze leonine, presente sulla parte inferiore della torre. Il leone non è l'unico elemento "stravagante" presente sul nostro campanile.

Campanile della Chiesa della SS. Trinità

Si presume che il primo livello, quello che costituisce la base della struttura, possa essere fatto risalire all'antica e perduta Chiesa di San Tommaso (XII sec.) che era posta longitudinalmente rispetto all'attuale Chiesa della SS. Trinità, con l'ingresso rivolto verso via Porta Reale. Il campanile è stato fondato, insieme all'abside della Chiesa (che era sicuramente parte dell'edificio sacro dedicato a San Tommaso), su un imponente blocco di pietra, in parte visibile ai piedi della struttura stessa. Tra le murature che compongono il primo antico livello, sono inglobati reperti romani e medievali: il leone, una zampa d'orso, un tabernacolo e una pietra finemente decorata con motivi floreali usata come cornice.

Primo Novecento: facciata, campanile e piazza

In un documento risalente alla prima parte del Settecento [1], all'interno del quale si descrivono alcuni dettagli storici relativi all'ormai scomparsa Chiesa di San Lorenzo, si legge: "ne' scavi che si fecero in tale sito [di San Lorenzo, ndr] in quel tempo che fu fatto il campanile alla Chiesa della SS.ma Trinità, vi si rinvennero due casse di pietre ricoperte di terra, che poi si posero in opera nella fabbrica di detto campanile". Probabilmente le pietre rinvenute in zona "Petemonte", lì dove si trovava la Chiesa di San Lorenzo, furono usate per innalzare il campanile. Il secondo e terzo livello iniziarono a essere elevati in concomitanza con la costruzione della Chiesa della SS. Trinità (eletta a collegiata da Mons. Matteo Colli nel 1585) e probabilmente vennero completati tra Seicento e Settecento.

Chiesa della SS. Trinità oggi - Facciata e campanile

La sede campanaria ha rappresentato per molto tempo il terzo e ultimo piano del campanile. Intanto il paese di Scurcola, come molti altri, venne colpito e danneggiato dai due gravi terremoti, quello del 1904 e quello del 1915. Tra le strutture che, a causa delle scosse, furono pesantemente compromesse vi fu la storica Torre dell'Orologio, ubicata in zona Corte Vecchia. Per un paio di decenni, dunque, Scurcola rimase senza un orologio pubblico. Poi, finalmente, nell'autunno del 1932, l'amministrazione comunale del tempo, decise di affrontare il problema e, dopo aver provveduto a sollevare di un altro livello (il quarto e ultimo) il campanile, vi collocò, sui quattro lati, un orologio la cui inaugurazione risale al 1933. Nella mia famiglia l'orologio a quattro facciate posto sul campanile è sempre stato chiamato con un nome preciso: "Curci". Dopo qualche ricerca ho capito che se mia zia, Emma Tortora, chiamava "Curci" il nostro orologio un motivo c'era: esso è stato installato dalla ditta "Alfonso Curci" di Napoli. Alfonso Curci, allievo di Bernard, fu docente presso l'Istituto Casanova di Arti e Mestieri di Napoli, e l'attività della sua officina di famiglia fu fiorente fino alla fine degli anni Trenta.


Note
[1] Grossi, Colapietra, D'Amore, "Scurcola Marsicana Historia", 2005, p. 254.

lunedì 5 settembre 2022

Lea De Giorgio, la violinista figlia del maestro Vincenzo De Giorgio


È un immenso piacere per me poter scrivere e raccontare la storia legata a una figura femminile scurcolana molto speciale, quella di Lea De Giorgio, figlia del maestro Vincenzo. Qualche tempo fa avevo letto online un paio di articoli, custoditi nelle emeroteche storiche australiane, in cui viene descritto un concerto che Lea tenne nella serata di mercoledì 14 aprile del 1926 presso la sala del Conservatorio di Sidney. Per conoscere dettagli più precisi sulla vita e sulla carriera artistica di Lea De Giorgio mi sono rivolta a sua figlia, la professoressa Annarita Puglielli che, con grande sensibilità, ha messo a mia disposizione sia lo splendido ritratto della giovanissima Lea De Giorgio che apre questo post, sia le informazioni biografiche che sono alla base al mio racconto.

Lea De Giorgio è la figlia minore di Vincenzo e di sua moglie Agnese Bontempi. Il maestro De Giorgio era giunto per la prima volta in Australia, per la precisione ad Adelaide, nel 1898 e qui, nella serata del 6 agosto, tenne il suo primo concerto. De Giorgio rimase ad Adelaide fino al 1902 per poi rientrare in Italia. Lea nacque nel 1906 e quando aveva appena 3 anni, suo padre scelse di tornare, insieme a tutta la famiglia, in Australia. Stavolta però si stabilì a Sidney, lì dove Lea crebbe ed ebbe una prima fondamentale formazione scolastica e musicale. Quando aveva 14 anni, quindi attorno al 1920, la figlia del maestro rientrò in Italia e per tre anni studiò violino con il maestro Mario Corti presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma.

Conseguito il diploma tornò nuovamente in Australia e, seppur giovanissima, diede inizio alla sua carriera di violinista solista. Ed è proprio a questa epoca che risale l'articolo pubblicato da "The Sun" il 15 aprile del 1926: "Il signor Lionel Lawson ieri sera ha presentato una sua allieva, la signorina Lea De Giorgio, in un recital al Conservatorio. La giovane musicista, figlia del signor V. De Giorgio, suonando la "Ciaccona" di Vitali, si è dimostrata una violinista di compiuta e promettente. Nell'andante del "Concerto in re maggiore" di Mozart (suonato con il signor Lindleyn Evans), il suo tono era fermo e "cantante". La sua memoria è eccellente. Attualmente la signorina De Giorgio manca di vivacità. Questo era evidente nel rondò del concerto. La sua intonazione non era precisa nella "Serenade spagnola" di Chaminade-Kreisler. La "Cradle Song" di Tor Aulin è stata suonata in modo espressivo. In programma anche "Largo" di Veracini e "Chanson Arabe" di Rimsky-Korsakoff. Le canzoni di Miss Bessie Blake includevano "Zingarella" di Paisiello e "Shadow Song" da "Dinorah"".

Pochissimo tempo più tardi la madre Agnese decise di rientrare in Italia, mentre il maestro De Giorgio continuò a lavorare a Sidney. Lea scelse di accompagnare sua madre e di restare con lei. Quando la giovane musicista arrivò a Scurcola, tra il 1926 e il 1927, probabilmente si trovò completamente spaesata: era cresciuta in un ambiente molto diverso da quello scurcolano, abituata a parlare inglese, vissuta in un clima artistico e culturale che il nostro piccolo paese non poteva di certo offrirle. Per questo si spostò ad Avezzano, portando con sé Agnese, e iniziò a dare lezioni di musica. Una donna molto emancipata Lea, considerati i tempi e i luoghi: non era semplice incontrare una ragazza che avesse la sua formazione e, soprattutto, che lavorasse per conto proprio.

La professoressa Puglielli, nella sua nota, spiega che Lea aveva messo a punto un sistema che permetteva anche ai bimbi più piccoli (di 4 o 5 anni) di leggere la musica e di solfeggiare. A tale scopo aveva elaborato una favola intitolata "Fata Musica" (testo e musica di Lea De Giorgio, copyright del 10 novembre 1947) che sarebbe dovuta diventare anche il soggetto per un cartone animato che, purtroppo, non vide mai la luce. Lea si sposò ed ebbe quattro figli ma non smise mai di insegnare musica (violino e pianoforte) e inglese. Fu tra le fondatrici, negli anni Cinquanta, della "Scuola di cultura drammatica" dell'Aquila. Lea De Giorgio ha rappresentato una figura femminile rivoluzionaria per il nostro paese: un'artista colta, impegnata, intelligente. Ha percorso strade che nessun'altra donna, prima di lei, a Scurcola (e non solo) ha avuto il coraggio o la possibilità di seguire.

***

Ringrazio la professoressa Annarita Puglielli per aver trovato il tempo e la pazienza per raccontarmi dettagli della vita di sua madre, Lea De Giorgio. 


martedì 30 agosto 2022

Una bella immagine della perduta Madonna del Latte


Uno tra i primi post che ho scritto (2 ottobre 2019) su "Scurcola Marsicana Blog" era dedicato alla "Madonna che non esiste più". Il breve testo evidenziava la definitiva e ineluttabile scomparsa di un affresco intitolato alla Madonna del Latte (o Madonna dello Latte) di cui non tutti, oggi, anche per questioni anagrafiche, possono conservare memoria. Al tempo facevo rilevare come di questa figura sacra, accolta all'interno di una cappella appositamente edificata a poca distanza dal Convento dei Cappuccini, ci restava solo una scolorita e sgranata fotografia che il compianto amico Dario Colucci aveva accolto tra le pagine di uno dei suoi libri [1].

Di recente sono riuscita a recuperare un'altra fotografia, di qualità migliore seppur sempre in bianco e nero, della perduta Madonna del Latte di Scurcola. Essa è archiviata all'interno del Catalogo generale dei Beni Culturali, disponibile online. Nella relativa scheda, i tecnici che hanno censito il bene artistico quando era ancora visibile scrivono: "L'affresco, ritrovato dopo il terremoto del 1915 fra le macerie della chiesetta cimiteriale della Madonna del Suffragio [dovrebbe essere la chiesa della Madonna del Colle, NdR], fu ricomposta sotto l'attuale nicchia. La rigidità espressiva delle figure, le pieghe ondulate dei panneggi, iconografia attestano che l'autore si attenne a generici schemi tardo-gotici, riscontrabili in gran parte degli autori locali del secolo XV che le integrazioni e i rifacimenti subiti dall'opera nel tempo, hanno alterato".

Madonna del Latte e Bambino

Secondo il racconto di Dario Colucci, l'affresco un tempo si trovava sulla parte destra della chiesa della Madonna del Colle e restò al suo posto nonostante il grave sisma del 1915. Per diversi decenni, infatti, le madri che non avevano latte a sufficienza per sfamare i loro neonati continuarono a recarsi in pellegrinaggio alla Madonna del Latte invocando il suo aiuto. Nel 1952 a Scurcola venne organizzato un cantiere scuola per formare giovani muratori: il progetto venne affidato alla guida del geometra, oltre che farmacista, Emilio Ferrari. I ragazzi che presero parte al cantiere scuola lavorarono al restauro di un locale attiguo al convento che era ormai quasi distrutto. Lo trasformarono in una cappella e sull'altare vollero sistemare l'affresco della Madonna del Latte, spostandolo dalla sua sede originaria. Dario spiega che non fu facile trasferire l'opera perché era fragile e perché pesava molto. Con il supporto di un carretto, però, i neo-muratori scurcolani riuscirono nell'impresa.

Cappella della Madonna del Latte (foto Aulo Colucci)

La Madonna del Latte rimase nella nuova nicchia per diversi anni continuando a essere meta di donne devote e non solo. Col trascorrere del tempo, però, la piccola cappella che l'aveva accolta fin dal 1952 venne a danneggiarsi a causa delle intemperie e dell'incuria. Personalmente ricordo di aver visto la Madonna del Latte ancora intatta, probabilmente tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Enzo Colucci mi ha riferito che, a un certo punto, l'affresco è sparito. Secondo la testimonianza di Enzo, infatti, la nostra Madonna del Latte sarebbe stata asportata completamente dalla parete sulla quale si trovava e, di conseguenza, rubata. Chi sia l'artefice dell'ennesima sparizione di un'opera d'arte a Scurcola, tanto per cambiare, non è noto. Di certo il nostro paese l'ha perduta per sempre. E la fotografia che ho rinvenuto nel Catalogo generale online dei Beni Culturali, seppur migliore della precedente, non compensa in nessun modo la scomparsa di una figura sacra che fu importante per Scurcola e per gli scurcolani.



Note: 
[1] Dario Colucci, De Scurcola Marsorum, 2008, p. 201, 202.


sabato 20 agosto 2022

Benedetto De Giorgio chiede "protezione" per suo figlio Vincenzo De Giorgio


Siamo nel 1878, lo scurcolano Vincenzo De Giorgio, colui che diventerà in seguito un importante musicista, compositore e cantante, ha solo 14 anni ed è ancora uno studente presso il Regio Collegio di Musica (oggi Conservatorio di San Pietro a Majella) di Napoli: vi era entrato a 12 anni "dopo un felice esame" [1]. È cresciuto a Scurcola, Vincenzo De Giorgio, ma ha uno spiccato talento musicale per cui suo padre, Benedetto De Giorgio, figlio di Donato De Giorgio, all'epoca, medico del paese, acconsente affinché possa formarsi musicalmente a Napoli, fino a poco tempo prima capitale del Regno, presso il più antico e prestigioso Conservatorio d'Italia. Vincenzo è ancora molto giovane e sta studiando per costruire quella che diventerà un'importante carriera musicale e canora.

Regio Conservatorio di Musica di Napoli

Ed è proprio a quel lontano 1878, precisamente al 27 giugno del 1878, che risale una preziosa e singolare lettera che il dottor Benedetto De Giorgio scrisse a Francesco Florimo, al tempo Direttore della Biblioteca del Regio Collegio di Musica di Napoli. Florimo è stato un compositore, storico, ricercatore e animatore del panorama culturale del tempo, oltre che compagno di studi e amico di Vincenzo Bellini. In un interessante testo [2] curato da Antonio Caroccia, è contenuta la missiva che Benedetto De Giorgio inviò al Direttore Florimo con la quale cerca di ottenere "protezione" per suo figlio Vincenzo. Questo il testo:

Scurcola de' Marsi 27 Giugno 1878 
Illustrissimo Signor Commendatore
Stimato dalla sua cortesia e modi gentili con che mi accolse allorché con una lettera del Sig. 'Cav.' Villarosa presentai alla S. V. il mio figlio Vincenzo, ora alunno in cotesto R. Collegio, mi fo ardito umiliarle la preghiera della sua valevole protezione verso il medesimo. Si approssimano gli esami, dai quali potrebbe la mia finanza travagliata dalla costosa educazione contemporanea di tre figliuoli (de' quali un primo trovasi anche in cotesta Città nella R. Scuola di marina) avere un grande sollievo. Che se il Giovanetto deve aver fatto profitto e portarsi bene, non può dissimullarsi il valore di benevola e potente protezione che vi si associa, onde io la imploro dal suo magnanimo cuore. Alla mia immensa obbligazione che ne risulterà, aggiungerò quotidiane preci al Signore per la conservazione della sua vita, che ci da il vivente ricordo dell'unico rampollo rimasto delle antiche celebrità di cotesto insigne Collegio: ed i voti di un padre di famiglia che affronta immensi sagrifizi per l'educazione della medesima, non potranno rimanere ascoltati.

Il dottor De Giorgio, come si evince dal testo, in prossimità degli esami, cerca di ottenere il "favore" del Direttore Francesco Florimo nei confronti di suo figlio Vincenzo. Il dott. Benedetto De Giorgio spiega che l'educazione della sua prole comporta spese notevoli. Un altro figlio, infatti, si trova sempre a Napoli, arruolato nella Regia Scuola di Marina fin dal 1877: si tratta di Donato De Giorgio, nato a Scurcola il 27 dicembre del 1861 (ha tre anni più di Vincenzo). Appellandosi, dunque, alla "costosa educazione contemporanea" che tre figli impongono, il dottor Benedetto De Giorgio implora "benevola e potente protezione" dal "magnanimo cuore" del Direttore Florimo.


Non bisogna considerare stucchevole, patetica o adulatoria la lettera che il dottor De Giorgio inviò a Francesco Florimo nel lontano 1878 perché al tempo era pratica comune che genitori, tutori o soggetti vari cercassero la "protezione" di qualche illustre personaggio il quale, ovviamente, era liberissimo di accogliere queste preghiere o di ignorarle completamente. Non sappiamo e, probabilmente, non sapremo mai se la richiesta di Benedetto De Giorgio fu accolta e messa in pratica. Il dato certo è che Vincenzo De Giorgio concluse i suoi lunghi e approfonditi studi canori e musicali tenendo il suo primo concerto pubblico presso la Sala Schioppa, a Napoli, il 21 dicembre 1890.


Note:
[1] Antonio Rosa, Vincenzo De Giorgio. Pianista e Maestro di Canto. Cenni biografici a cura della Pro Loco di Scurcola Marsicana, p. 3.
[2] Antonio Caroccia, I corrispondenti abruzzesi di Florimo: selezione dall'Epistolario. Volume 3 di Documenti di storia musicale abruzzese, Libreria musicale italiana, Lucca, 2007, p. 72.


mercoledì 10 agosto 2022

Domenico Rosa, il farmacista di Scurcola a metà dell'Ottocento


Chi era Domenico Rosa? Come si vede dalla foto d'epoca che lo ritrae, era un bel signore con una folta barba scura ma, più di tutto, Domenico Rosa è stato il farmacista di Scurcola nella seconda parte dell'Ottocento. Andiamo con ordine: Domenico era nato il 26 maggio 1826, figlio di Pietro Rosa (29 anni, lavoratore) e di Maria Scipioni (38 anni, filatrice). Purtroppo non abbiamo moltissime notizie in merito alla sua famiglia d'origine ma, grazie a una delle sue discendenti, la pronipote Maddalena Rosa, sono riuscita a visionare il diploma di Laurea in Fisica e Matematica conseguito da Domenico il 25 maggio 1850, all'età di 24 anni, presso la regia Università di Napoli.

Laurea di Domenico Rosa (1850)

Il titolo conseguito, come si evince dal documento, consente a Domenico Rosa di esercitare la professione di farmacista. In calce al diploma di Laurea, inoltre, si può leggere un breve testo, probabilmente vergato a mano dallo stesso Domenico, che recita: "Io Domenico Rosa del Comune di Scurcola provincia di Aquila ho giurato secondo la formula della regia università degli studi oggi il dì 20 giugno 1850". È quindi verosimile che, dopo il conseguimento del titolo e dopo il giuramento, il nostro dottor Rosa abbia iniziato a praticare la professione di farmacista a Scurcola.

Annuario del Regno d'Italia 1894

Non sappiamo dove fosse la sua farmacia ma, da alcuni ricordi che ci ha lasciato suo nipote, don Antonio Rosa (1920-2009), sacerdote e musicista scurcolano, figlio di Enea Rosa (1884-1947) e Maddalena Valente (1881-1963), sembra che l'abitazione di Domenico Rosa si trovasse in via Porta Reale ed è proprio in questa abitazione che nacque lo stesso don Antonio, prima di trasferirsi, a partire dal 1929, nella casa materna di via delle Scuole 28, legata storicamente alla famiglia Barnaba. Secondo un documento che ho ricevuto da Aulo Colucci, il nostro farmacista sposò Teresa Giusti, originaria di Magliano. I due ebbero diversi figli: Ettore, Elvira, Elio, Ernani, Enea (padre di don Antonio) e Maria.

Domenico Rosa e l'orchestrina scurcolana

In base a un breve stralcio tratto dall'Annuario Generale del Regno d'Italia del 1894, risulta che Domenico Rosa, in quell'anno, fosse il farmacista di Scurcola. Lo sarà ancora per poco tempo poiché verrà a mancare il 9 maggio 1896, a 70 anni. Per completare il ritratto di Domenico Rosa, è importante ricordare che egli fu un grande appassionato di musica e sembra che in casa Rosa tutti suonassero qualche strumento musicale. Non è un caso, infatti che una foto storica, già pubblicata all'interno del libro "Scurcola Marsicana Monumenta", ritragga il nostro farmacista al centro di una piccola orchestra composta da scurcolani suoi contemporanei.

***

Ringrazio Maddalena Rosa per aver messo a mia disposizione la foto del diploma di Laurea del suo bisnonno Domenico Rosa.


lunedì 25 luglio 2022

Suor Anna Spalla


Una delle figure femminili più significative della storia scurcolana della prima metà del Novecento è, senza alcun dubbio, quella di suor Anna Spalla. Come spesso capita, alcune persone che, come suor Anna, hanno dato molto al nostro paese, non sono ricordate come meritano e come sarebbe giusto fare. Ho spesso incontrato il nome di suor Anna Spalla durante le mie ricerche e sono andata più volte a trovarla presso la cappella delle Maestre Pie Filippini, nel cimitero di Scurcola, dove riposano i suoi resti. Solo di recente, però, sono venuta in possesso di ulteriore e preziosa documentazione che la riguarda, contenuta in un fascicolo che mi è stato consegnato da Aulo Colucci.

Suor Anna Spalla era nata a Gallicano nel Lazio il 22 dicembre del 1882, figlia di Domenico e Angela Costanzi, ed è stata una delle storiche insegnanti elementari della scuola di Scurcola Marsicana negli anni in cui questa si trovava ancora presso l'arco Ansini. Ho parlato con il caro amico Erminio Di Gasbarro (classe 1930) che è stato allievo di suor Anna nella seconda parte degli anni Trenta. Erminio la ricorda come un'insegnante molto severa ma bravissima, una donna tutta d'un pezzo che pretendeva molto dai suoi allievi e sapeva mantenere in classe un ordine impeccabile. Un ricordo simile viene conservato anche da Ilde Nuccetelli (classe 1928) che, pur non essendo stata allieva di suon Anna, la ricorda bene e la descrive come una persona autorevole e molto seria, dagli atteggiamenti intransigenti, capace di incutere sempre un certo timore.

Suor Anna Spalla con i suoi alunni (1929)

Leggendo i documenti che mi ha trasmesso Aulo, ho potuto ricostruire, più o meno dettagliatamente, la storia di suor Anna. È entrata nell'ordine delle Maestre Pie Filippini nel 1900, a soli 18 anni. Ho dedotto tale informazione considerando che il 29 settembre del 1950 suor Anna Spalla ha celebrato i suoi 50 anni di vita religiosa, 41 dei quali trascorsi ininterrottamente a Scurcola dove era arrivata nel 1907, a 25 anni. Negli anni Quaranta suor Anna Spalla era Superiora dell'Istituto delle Maestre Pie Filippini di Scurcola. E fu in questi anni, anche grazie al lavoro e all'impegno di suor Anna Spalla, oltre al fondamentale sostegno ricevuto da Monsignor Giuseppe Migone (1875-1951), elemosiniere segreto del papa, che fu possibile fondare il nuovo asilo "San Giuseppe" di Scurcola Marsicana, divenuto "Scuola dell'infanzia Cavalier Ansini", tuttora presente lungo la SS 5 Tiburtina Valeria. Il nuovo asilo fu benedetto da don Carlo Grassi il 10 luglio del 1944 e venne aperto il 1° agosto accogliendo, fin da subito, 32 bambini.

Il Capitolo generale, che si tenne a Roma il 19 luglio 1948, dispose la nomina di suor Anna Spalla come Superiora Provinciale delle case d'Italia. Il 12 ottobre dello stesso anno, suor Anna fu destinata ad altri percorsi di vita: "Con mio grande dispiacere" scrive la Spalla "lascio oggi Scurcola Marsicana dove, con l'aiuto del Signore, ho lavorato per 41 anni consecutivi in mezzo alla gioventù che mi ha dato sempre grande soddisfazione morale. Il buon Dio mi aiuti ora a ben disimpegnare i miei nuovi doveri e benedica questa casa". Nel settembre del 1950, a Scurcola, fu preparata una grande festa per il 50° anniversario di vestizione religiosa della Reverenda Madre Provinciale suor Anna Spalla: nell'occasione giunsero in paese decine di suore delle Maestre Pie Filippini, molte delle quali erano originarie di Scurcola.

La tomba di suor Anna Spalla nel cimitero di Scurcola

Suor Anna Spalla, dopo 12 anni di lontananza dalla sua "casa" scurcolana, nel settembre del 1960, all'età di 78 anni, è rientrata a Scurcola per tornare a rivestire, ancora una volta, il ruolo di Superiora. Troverà, in quel frangente, altre compagne di vita: suor Michelina, suor Ida, suor Maria Grazia, suor Lucia. Nell'anno scolastico 1966/67 suor Anna Spalla risulta pensionata, mentre il ruolo di Superiora è stato assunto da suor Michelina. Suor Anna Spalla morirà il 9 ottobre del 1968 all'età di 86 anni. Come detto, le sue spoglie riposano da sempre presso il cimitero di Scurcola, il paese a cui ha dedicato circa 50 anni della sua vita come insegnante elementare, come guida morale, come figura femminile di riferimento. Mi è sembrato giusto ricordarla e dedicarle questo breve scritto biografico.


sabato 25 giugno 2022

La curiosa vicenda del puteale marmoreo di Giuseppe Barnaba


Di recente ho fatto visita ad Aulo Colucci il quale, come già accaduto in passato, mi ha fatto dono di una serie di interessanti documenti relativi alla storia di Scurcola, documenti che lui stesso ha raccolto nei passati decenni. Tra il materiale di Aulo ho rintracciato la copia di atti facenti capo alla Regia Soprintendenza alle Gallerie e ai Musei medievali e moderni per le province di Roma e dell'Abruzzo. Il primo documento è datato 30 Novembre 1913, oggetto: "Campi Palentini (territorio di Scurcola Marsicana) - Puteale marmoreo". Al suo interno si fa riferimento alla notizia che tra i ruderi dell'antica Abbazia cistercense di Santa Maria della Vittoria sarebbe stato ritrovato un importante resto marmoreo rappresentato da "un puteale in pietra granitica".

Il puteale, secondo la definizione che fornisce la Treccani, è un termine "usato, dagli storici dell'arte, soprattutto per indicare il parapetto, per lo più di marmo, rotondo o poligonale, che, con il diffondersi dei pozzi al centro di cortili, palazzi e chiostri, assume forme sempre più eleganti e complesse, con decorazioni a motivi architettonici e rilievi scolpiti, fino al sec. 16°, quando il suo uso si dirada per il prevalere delle fontane". Dal documento del 1913 si traggono alcune caratteristiche del puteale rinvenuto: "leggera inclinazione a tronco di cono, alto cm. 48 ed avente nell'alto un diametro di luce interna di cm. 39 e un diametro totale di cm. 60. Figure di guerrieri e altre forse di uomini che attendono a lavori campestri sono scolpite all'ingiro: cattivo è lo stato di conservazione". Il soprintendente che firma il documento, Federico Hermanin, ritiene che l'opera possa essere contemporanea alla costruzione dell'Abbazia, quindi risalire alla fine del XIII secolo, e propone di spostare il puteale presso il museo di Castel Sant'Angelo a Roma.

La "questione" del puteale rintracciato a Scurcola procede anche nell'anno successivo. In un altro documento del 2 marzo 1914 Hermanin invia al Ministero quanto segnalato dal Regio Ispettore Onorario di Avezzano il quale ha incontrato i fratelli Di Clemente, proprietari dei terreni su cui sorgeva l'antica Abbazia eretta per volontà di Carlo I d'Angiò. Le dichiarazioni dei Di Clemente sono eloquenti: "essi non hanno né pretendono affacciare nessuna ragione di proprietà sul predetto puteale perché questo non è stato rinvenuto nel loro fondo (ove in realtà nessuno scavo è stato eseguito) ma vi fu portato mesi addietro da un certo Giuseppe Barnaba, della vicina Scurcola Marsicana, persona alquanto sospetta in queste materie perché in corrispondenza con invettatori di anticaglie". Il soprintendente, comunque, continua a ritenere l'oggetto "di notevole interesse artistico" tanto che, il 24 marzo del 1914, viene disposto di darne comunicazione a Giuseppe Barnaba e di fare in modo che il puteale venga conservato presso la casa comunale di Scurcola Marsicana. Il 26 marzo 1914, con un atto vergato a mano, si autorizza a trattare con Giuseppe Barnaba per l'acquisto del puteale "per una somma inferiore alla richiesta di lire cinquecento" e si specifica anche che "Se il Barnaba non vorrà acconsentire ad una riduzione di tale somma dovrà al più presto provvedere al ritiro del puteale in un luogo nel quale sia preservato dalle intemperie".

Puteale marmoreo (Gabinetto Fotografico Nazionale)

Fin qui la storia attestata dai documenti, poi subentra un altro racconto, quello che ci ha lasciato Ennio Giuseppe Colucci, detto Peppino. Tra le pagine de "I miei ricordi" [1], infatti, Peppino Colucci richiama la figura di Giuseppe Barnaba, meglio noto a Scurcola come don Peppe Barnaba, personaggio scurcolano qui descritto come "un pittore, uno scultore, un musicista, ma soprattutto uno spirito bizzarro". Secondo quanto ci ha trasmesso Colucci, don Peppe Barnaba aveva provato a vendere il suo puteale a colui che diventerà il futuro re d'Italia, Vittorio Emanuele III, durante una visita di quest'ultimo presso i ruderi dell'Abbazia a fine Ottocento. Il soprintendente, però, non si fidava affatto di Barnaba. Scrive Ennio Giuseppe Colucci: "Le pietre erano state scolpite dal Barnaba stesso nel suo orto presso la scuola [si tratta della scuola sotto l'Arco Ansini, NdR]; e per dare ad esse una certa patina di antichità, finita la scuola, chiamava gli scolari a fare sulle pietre la pipì".

I dubbi sul puteale marmoreo sono molti e resteranno, temo, insoluti. Che fine ha fatto questo oggetto? Venne rinvenuto veramente dal Barnaba oppure fu un falso storico che lui tentò di far passare come autentico? Sarà mai stato portato presso la casa comunale? È possibile che i tecnici della Soprintendenza siano stati così sprovveduti da ritenere di grande valore storico e artistico un oggetto creato ad arte da uno scurcolano? Di certo la figura di Peppe Barnaba è piuttosto ambigua e mi spiace che di lui, oggi, a Scurcola, nessuno sappia più molto.



Note:
[1] Ennio Giuseppe Colucci, I miei ricordi, in Questa Marsica a cura di Romolo Liberale, Edizioni dell'Urbe, Roma, 1981, pp. 39-50.


lunedì 30 maggio 2022

Ritratto di scurcolana con la conca


Se dovessi scegliere una fotografia da tramandare ai posteri per conservare l'immagine di una scurcolana del primo Novecento, sceglierei questa. Non so chi sia la ragazza con la conca sul capo, non so chi sia l'autore dello scatto, non so quali vicende siano legate a questa meravigliosa foto d'epoca: essa rientra tra gli svariati e preziosi materiali fotografici e documentali che Aulo Colucci mi ha affidato diverso tempo fa. Ho riconosciuto lo scorcio, sicuramente. Si tratta di via dello Statuto: la strada che da piazza Umberto I conduce fino all'Arco di Scoccetta. Via dello Statuto, così come quella che un tempo si chiamava via dei Gradini, è una delle più belle scalinate del borgo di Scurcola.

Via dello Statuto oggi

La giovane scurcolana, che sorregge la conca sul capo, ha le mani appoggiate sui fianchi e il tipico abbigliamento delle donne del tempo: fazzoletto sul capo, scialle sulle spalle, bustino, gonna lunga e grembiule a pieghe. La trovo semplicemente commovente. Ho cercato di fotografare lo stesso scorcio per mostrarlo così come è adesso e, come si può notare, molto è mutato. Come è accaduto altrove, le storiche "pallotte" bianche sono state soppiantate da sanpietrini in porfido scuro, materiale molto lontano da quello che si adatta, per natura, colore e forma, ai nostri borghi. Sono cambiate anche le mura delle abitazioni: la pietra è stata ricoperta di intonaco colorato e le forme tondeggianti delle mura, probabilmente dovute alla presenza di edifici costruiti diversi secoli fa in difesa del paese, ora sono lisci, lineari, ordinati.

Il paese è un organismo vivo, è noto. Il paese muta in continuazione e, per farlo, perde ciò che era. Le fotografie, invece, hanno il potere di cristallizzare il tempo, permettendoci di vedere e di capire com'era ciò che c'era e perché c'era. Non è solo nostalgia ma, più lucidamente, rispetto di quel che siamo stati e non torneremo a essere. Ciò che è perduto quasi sempre lo è per sempre: via dello Statuto non tornerà mai più a essere quella immortalata nella fotografia in bianco e nero. Non ci sono soluzioni. Possono esserci, però, ancora cure e attenzioni nei riguardi di quel che abbiamo mantenuto affinché non vada smarrito definitivamente, affinché non diventi, tra qualche anno, solo un emozionante ricordo da ammirare in fotografia.

***

INTEGRAZIONE: sono stata contattata da Aldo Bovi il quale mi ha fornito preziose informazioni in merito all'immagine della "scurcolana con la conca". La giovane ritratta nella bella foto d'epoca è sua madre, Irene Di Pietro, chiamata Vittoria. Di lei ho già scritto in passato parlando di "Quattro bambini, una giovane donna e un somarello". Irene, o Vittoria che dir si voglia, abitava in Via dello Statuto n. 4. La fotografia venne scattata nel 1940 da Alberto Bovi, allora fidanzato di Irene, che sposerà l'anno successivo. "Mia madre aveva all'epoca appena 21 anni" spiega Aldo "Quel costume tipico non era già più in uso generalizzato e si poteva vedere solo indossato da alcune donne molto anziane (e questo lo ricordo perfettamente anche io qualche anno dopo). Credo che mia madre lo indossasse solo quella volta ad uso del fidanzato appassionato di fotografia".

mercoledì 25 maggio 2022

L'Arco di Scoccetta


Ho provato più di una volta a capire fosse Scoccetta. Purtroppo sembra che non esista nessuno in grado di rintracciare le origini della persona che ha dato il suo nome a uno degli angoli più caratteristici e affascinanti di Scurcola. Nemmeno i discendenti di Scoccetta, che ho consultato, sono riusciti a darmi una spiegazione. Scoccetta era forse una donna? Le era stato attribuito un soprannome del genere per via del suo carattere? Sappiamo tutti che "scocciare" è sinonimo di infastidire, disturbare, assillare, rompere. "Scoccetta" potrebbe essere stata identificata con tale nomignolo per denotarne i modi di fare o di essere? Vaghe supposizioni, sia chiaro. Di certo c'è un arco, a Scurcola, che porta, probabilmente da secoli, il suo nome. Quello che da diversi anni è stato inciso su una targa di legno (Arco de Scoccetta: realizzata da Tomas Paolucci da un'idea di Giuseppe Nuccetelli) che chiunque passi può notare e leggere.

Com'era l'Arco di Scoccetta

L'Arco di Scoccetta, oltre a possedere un nome molto particolare, va storicamente considerato anche una porta di accesso alla parte più alta e antica del borgo di Scurcola. Abbiamo imparato da tempo che il nostro paese si è sviluppato, nel corso del tempo, dall'alto verso il basso: la zona in cui è stato edificato l'Arco di Scoccetta dovrebbe essere stata realizzata in epoca rinascimentale, quindi nel corso del Cinquecento. All'arco di Scoccetta si arrivava, e si arriva ancora, sia salendo lungo via XI Febbraio (ex via delle Grazie), sia da via dello Statuto. È un punto strategico di entrata (e quindi di possibile controllo) nel centro storico e, per fortuna, ha mantenuto quasi immutato il suo aspetto rinascimentale: travi di legno, grandi pietre e soffitto basso.

Dettagli dell'Arco di Scoccetta

L'Arco di Scoccetta è posto in prossimità di quella che, personalmente, ho rinominato "La casa di Scipione". Si tratta di un'abitazione di cui ho scritto un paio di anni fa, caratterizzata dall'iscrizione latina "NOSCE TE IPSUM" posta sull'architrave di una finestra, oltre che dalle parole "HEC EST DOMUS SCIOPIONIS LAT 1556" su una finestra (da cui "La casa di Scipione"). Un altro elemento caratteristico di questo antico edificio del centro storico è la presenza di una torre, tuttora ben riconoscibile posizionata in un angolo, proprio a ridosso della strada. Tutti sappiamo che le torri (a Scurcola ce ne erano diverse posizionate in luoghi strategici) hanno sempre avuto scopi difensivi e di controllo. Ciò avvalora ancora una volta la rilevanza urbanistica dell'Arco di Scoccetta: punto obbligato di passaggio per l'accesso al cuore del borgo di Scurcola fin dal XVI secolo.

Il filosofo Antonio Rocco tra “Le Glorie degli Incogniti” (1647)

Siamo nella Venezia del Seicento, la città più cosmopolita della penisola. Giovanni Francesco Loredan ha solo 27 anni quando, da giovane no...