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lunedì 19 dicembre 2022

L'interno della chiesetta di San Giuseppe


Qualche mese fa, con la pubblicazione del post finale di "Scurcola Marsicana Blog", avevo promesso che se avessi individuato un argomento degno di nota, mi sarei impegnata a scriverne. Sono qui per mantenere quella promessa. Ritengo che aver potuto ammirare, per la prima volta, l'interno della piccola chiesa scurcolana di San Giuseppe sia un evento di portata storica non solo per la sottoscritta, ma per tutti gli scurcolani. L'apertura della cappella gentilizia, collegata a palazzo Ottaviani-Pompei, è stata possibile grazie alla prima edizione della manifestazione natalizia "Presepi nel Borgo", organizzata dall'associazione "Punto d'Incontro" con il supporto di alcuni volenterosi cittadini. Uno dei presepi è stato allestito proprio all'interno della chiesa di San Giuseppe, riaperta per l'occasione grazie alla disponibilità dei suoi proprietari.

Il presepe allestito all'interno della chiesa di S. Giuseppe

Scrissi della "minuscola chiesa gentilizia di San Giuseppe" nel settembre del 2020, descrivendone alcune caratteristiche: l'ubicazione lungo l'antica e bellissima scalinata di via Tosti; la presenza di una campana silente da tempo e di una piccola croce; l'iscrizione incisa sulla porta d'ingresso e l'anno di fondazione, il 1798, probabilmente a cura di Giuseppe Ottaviani. Non tutti gli scurcolani sapevano o sanno che all'interno del borgo esiste una chiesa dedicata a San Giuseppe. Nella circostanza, suggerisco a chiunque possa di approfittare dell'occasione ed entrare all'interno della chiesetta risalente alla fine del Settecento.

Pala d'altare: Transito di San Giuseppe

Inutile dire che per me è stato molto emozionante entrare nel piccolo edificio sacro che, come mi era stato spiegato a suo tempo da Angela Di Massimo e sua madre, la compianta Ilde Nuccetelli, è costituito da un unico, semplice ambiente. Il cuore dello spazio sacro è rappresentato, senza dubbio, dall'unico altare presente, stilisticamente vicino al gusto dell'epoca in cui venne fondata la chiesetta, che custodisce una tela che, purtroppo, non versa in buone condizioni. L'opera pittorica, di cui, al momento, non si conosce l'autore, rappresenta il Transito di San Giuseppe. Si tratta di un soggetto artistico sviluppato, nei secoli, da numerosi pittori. Sulla tela custodita nella chiesa di San Giuseppe a Scurcola Marsicana, è possibile notare la figura del padre putativo di Gesù nel momento in cui abbandona la vita terrena per conquistare quella celeste. San Giuseppe, che indossa una veste bianca, è al centro dell'opera, disteso sul letto di morte. Accanto a lui, come la tradizione cattolica insegna, ci sono le figure della Madonna e di Gesù che offrono conforto all'uomo che ha accettato di crescere il figlio di Dio. Nella parte superiore della tela, la figura dell'Onnipotente e due gruppi di angeli.

Via Crucis (lato destro)

Sulle pareti laterali della chiesa, che richiamano un delicato colore azzurro, ci sono piccoli quadri che costituiscono le stazioni della via Crucis. Tra gli oggetti presenti: dei bellissimi candelabri (bisognosi di cure), il vecchio ritratto di una donna che non so riconoscere, un inginocchiatoio in legno, il volto (forse in gesso?) di una Madonna addolorata racchiuso in una sorta di teca, tre carta gloria e quel che resta di un vecchio confessionale in legno. Appoggiata per terra, sul lato sinistro, inoltre, una deliziosa cornice dorata all'interno della quale è semplicemente appoggiata una tela logorata dal tempo in cui si riconoscono, con qualche difficoltà, una Madonna e, in ginocchio, due figure di religiosi. Il pavimento è rimasto quello originale. Uno degli elementi più singolari e interessanti della chiesetta di San Giuseppe, a mio avviso, è rappresentato da un soppalco, collocato proprio al di sopra della porta d'ingresso, che un tempo, verosimilmente, doveva servire ad accogliere i membri della famiglia Ottaviani che, dal loro palazzo, attraverso una porta, riuscivano a raggiungere direttamente la chiesa per assistere alle funzioni religiose praticamente senza uscire di casa.

Soppalco collocato sopra la porta d'ingresso

Tutto ciò che è conservato nella chiesetta di San Giuseppe andrebbe studiato e conservato con estrema cura, evitando che possa essere sottratto o danneggiato. Siamo al cospetto di un edificio sacro che, seppur molto piccolo o modesto, ci racconta una storia che, fino a oggi, nessuno ha mai raccontato. È stato sicuramente un bene che sia stato aperto, ripulito e reso visitabile. Mi auguro che tanti scurcolani, e non solo, si rechino in via Tosti per ammirare la piccola chiesa gentilizia legata storicamente a una famiglia che, a Scurcola, è ormai estinta. Gli Ottaviani hanno lasciato un segno tangibile della loro esistenza e del loro prestigio economico e sociale. A noi il compito di non lasciare che questo piccolo, prezioso patrimonio si perda per sempre o, più banalmente, venga dimenticato.


***

Approfitto di questo fugace ritorno sul blog per augurare a tutti un Natale sereno. La speranza mia, e di chiunque, voglio immaginare, è che il 2023 possa essere finalmente un anno di pace, un'occasione per ripensare e rinsaldare un sistema di valori basato su un'umanità autentica e leale, che torni al rispetto per il prossimo (qualsiasi prossimo), a un'onestà intellettuale più solida e nitida e alla riedificazione di un pianeta che ci ricorda, sempre più spesso, che è l'unico che abbiamo. Auguri.

martedì 30 agosto 2022

Una bella immagine della perduta Madonna del Latte


Uno tra i primi post che ho scritto (2 ottobre 2019) su "Scurcola Marsicana Blog" era dedicato alla "Madonna che non esiste più". Il breve testo evidenziava la definitiva e ineluttabile scomparsa di un affresco intitolato alla Madonna del Latte (o Madonna dello Latte) di cui non tutti, oggi, anche per questioni anagrafiche, possono conservare memoria. Al tempo facevo rilevare come di questa figura sacra, accolta all'interno di una cappella appositamente edificata a poca distanza dal Convento dei Cappuccini, ci restava solo una scolorita e sgranata fotografia che il compianto amico Dario Colucci aveva accolto tra le pagine di uno dei suoi libri [1].

Di recente sono riuscita a recuperare un'altra fotografia, di qualità migliore seppur sempre in bianco e nero, della perduta Madonna del Latte di Scurcola. Essa è archiviata all'interno del Catalogo generale dei Beni Culturali, disponibile online. Nella relativa scheda, i tecnici che hanno censito il bene artistico quando era ancora visibile scrivono: "L'affresco, ritrovato dopo il terremoto del 1915 fra le macerie della chiesetta cimiteriale della Madonna del Suffragio [dovrebbe essere la chiesa della Madonna del Colle, NdR], fu ricomposta sotto l'attuale nicchia. La rigidità espressiva delle figure, le pieghe ondulate dei panneggi, iconografia attestano che l'autore si attenne a generici schemi tardo-gotici, riscontrabili in gran parte degli autori locali del secolo XV che le integrazioni e i rifacimenti subiti dall'opera nel tempo, hanno alterato".

Madonna del Latte e Bambino

Secondo il racconto di Dario Colucci, l'affresco un tempo si trovava sulla parte destra della chiesa della Madonna del Colle e restò al suo posto nonostante il grave sisma del 1915. Per diversi decenni, infatti, le madri che non avevano latte a sufficienza per sfamare i loro neonati continuarono a recarsi in pellegrinaggio alla Madonna del Latte invocando il suo aiuto. Nel 1952 a Scurcola venne organizzato un cantiere scuola per formare giovani muratori: il progetto venne affidato alla guida del geometra, oltre che farmacista, Emilio Ferrari. I ragazzi che presero parte al cantiere scuola lavorarono al restauro di un locale attiguo al convento che era ormai quasi distrutto. Lo trasformarono in una cappella e sull'altare vollero sistemare l'affresco della Madonna del Latte, spostandolo dalla sua sede originaria. Dario spiega che non fu facile trasferire l'opera perché era fragile e perché pesava molto. Con il supporto di un carretto, però, i neo-muratori scurcolani riuscirono nell'impresa.

Cappella della Madonna del Latte (foto Aulo Colucci)

La Madonna del Latte rimase nella nuova nicchia per diversi anni continuando a essere meta di donne devote e non solo. Col trascorrere del tempo, però, la piccola cappella che l'aveva accolta fin dal 1952 venne a danneggiarsi a causa delle intemperie e dell'incuria. Personalmente ricordo di aver visto la Madonna del Latte ancora intatta, probabilmente tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Enzo Colucci mi ha riferito che, a un certo punto, l'affresco è sparito. Secondo la testimonianza di Enzo, infatti, la nostra Madonna del Latte sarebbe stata asportata completamente dalla parete sulla quale si trovava e, di conseguenza, rubata. Chi sia l'artefice dell'ennesima sparizione di un'opera d'arte a Scurcola, tanto per cambiare, non è noto. Di certo il nostro paese l'ha perduta per sempre. E la fotografia che ho rinvenuto nel Catalogo generale online dei Beni Culturali, seppur migliore della precedente, non compensa in nessun modo la scomparsa di una figura sacra che fu importante per Scurcola e per gli scurcolani.



Note: 
[1] Dario Colucci, De Scurcola Marsorum, 2008, p. 201, 202.


giovedì 25 agosto 2022

Il prezioso tabernacolo ligneo a tempietto della chiesa di Sant'Antonio di Scurcola


Sull'altare principale della chiesa di Sant'Antonio di Scurcola Marsicana è presente un prezioso tabernacolo ligneo a tempietto. Si tratta di un oggetto di enorme pregio e di raffinata fattura incluso da tempo nel Catalogo generale dei Beni Culturali all'interno del quale si può leggere la seguente descrizione: "Su un basamento poligonale decorato a intarsio, poggiano quattro colonne corinzie dal fusto a tortiglione, ognuna affiancata da colonnine più piccole, che spartiscono il primo ordine in tre prospetti delimitati da una trabeazione che ripete l'andamento della base. Il corpo superiore, arretrato e terminante con una cupola costolonata d'ispirazione moresca, ripete la medesima composizione del sottostante ordine con colonne a tortiglione e motivi ad intarsio".

Il tabernacolo a tempietto di Scurcola è realizzato in legno di bosso e di ebano. In base alla tradizione orale, trasmessa da Giuseppe Ennio Colucci, sarebbe stato costruito durante la prima parte dell'Ottocento dai frati Cappuccini di Santa Maria del Colle che abitavano presso l'antico convento fondato nel 1590 e soppresso nel 1866, dopo l'Unità d'Italia. In realtà non ci sono certezze in merito all'epoca della sua realizzazione e il bel tabernacolo potrebbe essere più antico di quanto si ritenga. L'uso di intarsiare tempietti lignei da utilizzare come tabernacolo, ossia come edicola all'interno della quale conservare l'Eucarestia, ha iniziato a prendere piede a partire dal Seicento e il genere di lavorazione che si può ammirare nel tabernacolo che si trova nella chiesa di Sant'Antonio, a Scurcola, è strettamente legata alla tradizione dell'ordine dei francescani Cappuccini.

Tabernacolo a tempietto di Scurcola Marsicana

Nella tradizione cappuccina, abruzzese e non solo, i tabernacoli lignei con struttura a tempietto erano spesso frutto del meticoloso lavoro dei cosiddetti "Marangoni" (o "maestri d'ascia"). Si tratta di frati Cappuccini laici che si occupavano esclusivamente della lavorazione del legno. Furono artigiani abilissimi che realizzarono opere d'arte dallo stile inconfondibile. Solitamente i Marangoni gestivano la loro bottega all'interno dello stesso convento e la loro abilità trovò il massimo sviluppo tra il Seicento e il Settecento. Al momento non sappiamo se il nostro tabernacolo possa essere associato all'opera di un Marangone: servirebbe uno studio approfondito da parte di specialisti in materia che, purtroppo, a Scurcola, non è mai stato condotto. Possiamo comunque collegare con sicurezza il nostro tabernacolo alla tradizione artigiana cappuccina.

Tabernacolo a tempietto di Guardiagrele

Sono vari, in Abruzzo, gli esempi di tabernacoli lignei a tempietto simili a quello della chiesa di Sant'Antonio: se ne trovano anche a Guardiagrele e a Caramanico Terme. L'attuale collocazione del tabernacolo scurcolano, come abbiamo capito, non è quella originaria: la chiesa di Sant'Antonio è legata sempre ai francescani ma, nello specifico, all'ordine dei Frati Minori non a quello dei Cappuccini. Ci sono ottime probabilità, dunque, che il tabernacolo arrivi dal perduto Convento francescano di Santa Maria del Colle. Nell'elenco degli oggetti provenienti dal vecchio Convento dei Cappuccini e consegnati al Sindaco di Scurcola il 7 luglio 1865, al punto 24, viene indicato un "Tabernacolo di noce impiallacciato ed intagliato variamente". Potrebbe trattarsi del tabernacolo ligneo a tempietto di cui stiamo parlando? Forse la descrizione fornita all'epoca è alquanto sommaria, ma si avvicina abbastanza a quella dell'oggetto sacro di cui abbiamo parlato.


mercoledì 20 luglio 2022

Incendio della pineta di Scurcola Marsicana: anno V


Tutto accadde nel pomeriggio del 20 luglio del 2017: un violento incendio, generato dall'atto senza senso di un soggetto indegno, sfregiò Monte San Nicola, divorando, nell'arco di alcune ore, una grande quantità degli alberi che popolavano la nostra pineta. Le fiamme si avvicinarono in maniera pericolosissima all'abitato del paese e furono impiegati vari mezzi di soccorso per cercare di evitare danni a cose e persone. Sono certa che tutti gli scurcolani ricordano l'apprensione, la paura e l'angoscia di quelle ore. Nel 2020 avevo scritto un post dedicato alla pineta a tre anni dall'incendio. Sono trascorsi altri due anni e la pineta si trova, purtroppo, nelle stesse identiche condizioni in cui le fiamme l'hanno lasciata.

Alberi morti della pineta (2022)

Anzi, non esattamente: qualche tronco, ormai carbonizzato, è precipitato a terra e qualche altro, crollato a causa dell'incendio, è stato ormai rivestito da nuova vegetazione. Sicuramente la pineta rimane, a distanza di cinque anni dai drammatici eventi, un luogo non sicuro e non frequentabile. Un paio di settimane fa sono salita di nuovo a vedere quale fosse la situazione ma, con mio grande rammarico e come si evince dalle immagini che corredano questo post, nulla è mutato né rispetto al 2020 né rispetto al 2017. Gli alberi morti sono ancora dov'erano, i tronchi carbonizzati si stanno sgretolando e la natura (del tutto indifferente alle umane negligenze) fa quello che vuole. 

Alberi bruciati e crollati (2022)

Nel 2020 auspicavo un risanamento della pineta, almeno un suo parziale recupero ma, a distanza di altri due anni, nulla è stato fatto. La pineta, come ho già scritto in passato, rappresenta una valenza paesaggistica e ambientale essenziale e storica per Scurcola: venne impiantata negli anni Cinquanta grazie a un apposito programma di rimboschimento che ha mutato, a mio avviso migliorandolo, l'aspetto e la salubrità del nostro paese. Mi piacerebbe che a Scurcola venissero piantati regolarmente nuovi alberi e non solo su Monte San Nicola, ma anche presso terreni ormai incolti e abbandonati da tempo (e sono molti). Sarebbe un segnale di rispetto e di recupero ambientale fondamentale, soprattutto alla luce dei mutamenti climatici che tutti stiamo pagando a caro prezzo.

giovedì 30 giugno 2022

Quel che resta della vecchia Croce su Monte San Nicola


Come forse qualcun ricorderà, nel marzo 2021, scrissi un post dedicato alla Croce e, poco tempo più tardi, nel maggio 2021, un altro post dedicato ai ragazzi che fecero l'impresa… di illuminare la Croce. Qualche settimana più tardi incontrai per caso Agostino Nuccitelli il quale mi disse che, abbandonati su Monte San Nicola, sono ancora visibili i resti della struttura metallica che componeva la vecchia Croce. Gli chiesi, se possibile, di vedere una foto di quel che mi stava illustrando e pochi giorni fa, tenendo fede alla parola data, Agostino mi ha inviato un paio di scatti di ciò che rimane della vecchia Croce di Scurcola Marsicana. Ovviamente si tratta di "rottami": parti metalliche, ormai corrose dalla ruggine e deformate dal tempo, che non interessano a nessuno.

Posizione dei resti della vecchia Croce

Eppure sono ancora lì, in un punto che Agostino mi ha indicato con un bollino rosso (vedi foto sopra), su un versante della nostra montagna. Evidentemente, nel 1974, quando la nuova Croce venne realizzata da alcuni artigiani scurcolani e issata sulla cima del Monte San Nicola, come riporta una targa presente ai piedi dell'attuale struttura, alcuni pezzi della Croce precedente furono abbandonati nei paraggi. Sono trascorsi alcuni decenni, ma le vecchissime lamine e aste di metallo restano tuttora "incastonate" tra le rocce della nostra montagna

Resti della vecchia Croce

Devo ringraziare Agostino Nuccitelli prima di tutto perché mi ha permesso di conoscere questi rugginosi resti di cui, personalmente, non sospettavo nemmeno l'esistenza. In secondo luogo, lo ringrazio per aver scelto di condividere con me un altro piccolo ma fondamentale frammento della storia del nostro paese.


sabato 25 giugno 2022

La curiosa vicenda del puteale marmoreo di Giuseppe Barnaba


Di recente ho fatto visita ad Aulo Colucci il quale, come già accaduto in passato, mi ha fatto dono di una serie di interessanti documenti relativi alla storia di Scurcola, documenti che lui stesso ha raccolto nei passati decenni. Tra il materiale di Aulo ho rintracciato la copia di atti facenti capo alla Regia Soprintendenza alle Gallerie e ai Musei medievali e moderni per le province di Roma e dell'Abruzzo. Il primo documento è datato 30 Novembre 1913, oggetto: "Campi Palentini (territorio di Scurcola Marsicana) - Puteale marmoreo". Al suo interno si fa riferimento alla notizia che tra i ruderi dell'antica Abbazia cistercense di Santa Maria della Vittoria sarebbe stato ritrovato un importante resto marmoreo rappresentato da "un puteale in pietra granitica".

Il puteale, secondo la definizione che fornisce la Treccani, è un termine "usato, dagli storici dell'arte, soprattutto per indicare il parapetto, per lo più di marmo, rotondo o poligonale, che, con il diffondersi dei pozzi al centro di cortili, palazzi e chiostri, assume forme sempre più eleganti e complesse, con decorazioni a motivi architettonici e rilievi scolpiti, fino al sec. 16°, quando il suo uso si dirada per il prevalere delle fontane". Dal documento del 1913 si traggono alcune caratteristiche del puteale rinvenuto: "leggera inclinazione a tronco di cono, alto cm. 48 ed avente nell'alto un diametro di luce interna di cm. 39 e un diametro totale di cm. 60. Figure di guerrieri e altre forse di uomini che attendono a lavori campestri sono scolpite all'ingiro: cattivo è lo stato di conservazione". Il soprintendente che firma il documento, Federico Hermanin, ritiene che l'opera possa essere contemporanea alla costruzione dell'Abbazia, quindi risalire alla fine del XIII secolo, e propone di spostare il puteale presso il museo di Castel Sant'Angelo a Roma.

La "questione" del puteale rintracciato a Scurcola procede anche nell'anno successivo. In un altro documento del 2 marzo 1914 Hermanin invia al Ministero quanto segnalato dal Regio Ispettore Onorario di Avezzano il quale ha incontrato i fratelli Di Clemente, proprietari dei terreni su cui sorgeva l'antica Abbazia eretta per volontà di Carlo I d'Angiò. Le dichiarazioni dei Di Clemente sono eloquenti: "essi non hanno né pretendono affacciare nessuna ragione di proprietà sul predetto puteale perché questo non è stato rinvenuto nel loro fondo (ove in realtà nessuno scavo è stato eseguito) ma vi fu portato mesi addietro da un certo Giuseppe Barnaba, della vicina Scurcola Marsicana, persona alquanto sospetta in queste materie perché in corrispondenza con invettatori di anticaglie". Il soprintendente, comunque, continua a ritenere l'oggetto "di notevole interesse artistico" tanto che, il 24 marzo del 1914, viene disposto di darne comunicazione a Giuseppe Barnaba e di fare in modo che il puteale venga conservato presso la casa comunale di Scurcola Marsicana. Il 26 marzo 1914, con un atto vergato a mano, si autorizza a trattare con Giuseppe Barnaba per l'acquisto del puteale "per una somma inferiore alla richiesta di lire cinquecento" e si specifica anche che "Se il Barnaba non vorrà acconsentire ad una riduzione di tale somma dovrà al più presto provvedere al ritiro del puteale in un luogo nel quale sia preservato dalle intemperie".

Puteale marmoreo (Gabinetto Fotografico Nazionale)

Fin qui la storia attestata dai documenti, poi subentra un altro racconto, quello che ci ha lasciato Ennio Giuseppe Colucci, detto Peppino. Tra le pagine de "I miei ricordi" [1], infatti, Peppino Colucci richiama la figura di Giuseppe Barnaba, meglio noto a Scurcola come don Peppe Barnaba, personaggio scurcolano qui descritto come "un pittore, uno scultore, un musicista, ma soprattutto uno spirito bizzarro". Secondo quanto ci ha trasmesso Colucci, don Peppe Barnaba aveva provato a vendere il suo puteale a colui che diventerà il futuro re d'Italia, Vittorio Emanuele III, durante una visita di quest'ultimo presso i ruderi dell'Abbazia a fine Ottocento. Il soprintendente, però, non si fidava affatto di Barnaba. Scrive Ennio Giuseppe Colucci: "Le pietre erano state scolpite dal Barnaba stesso nel suo orto presso la scuola [si tratta della scuola sotto l'Arco Ansini, NdR]; e per dare ad esse una certa patina di antichità, finita la scuola, chiamava gli scolari a fare sulle pietre la pipì".

I dubbi sul puteale marmoreo sono molti e resteranno, temo, insoluti. Che fine ha fatto questo oggetto? Venne rinvenuto veramente dal Barnaba oppure fu un falso storico che lui tentò di far passare come autentico? Sarà mai stato portato presso la casa comunale? È possibile che i tecnici della Soprintendenza siano stati così sprovveduti da ritenere di grande valore storico e artistico un oggetto creato ad arte da uno scurcolano? Di certo la figura di Peppe Barnaba è piuttosto ambigua e mi spiace che di lui, oggi, a Scurcola, nessuno sappia più molto.



Note:
[1] Ennio Giuseppe Colucci, I miei ricordi, in Questa Marsica a cura di Romolo Liberale, Edizioni dell'Urbe, Roma, 1981, pp. 39-50.


lunedì 20 giugno 2022

Anno 1928: demolizione del Convento dei Cappuccini


Il Convento dei Cappuccini, a Scurcola, non esiste più. Di questo luogo che pure ha rappresentato, fin dal 1590, un punto di riferimento per la vita religiosa, formativa, spirituale e monastica del nostro territorio, oggi restano solo alcune labili tracce: qualche muro, un perimetro più o meno definito, un elenco di oggetti riassegnati ad altri, i documenti storici che ne attestano le origini e un toponimo che, nonostante tutto, continua ad essere utilizzato per designare quel colle a cui solitamente si giunge dopo aver raggiunto e oltrepassato la Quercia di Donato. Dopo il conseguimento dell'Unità d'Italia, con un decreto piemontese del 7 luglio 1866, veniva ordinata la soppressione di tutti gli ordini religiosi ai quali, neanche a dirlo, si andavano ad espropriare beni e conventi. Così si sancì, dopo secoli, la scomparsa del Convento dei Cappuccini di Scurcola Marsicana.

L'ultimo drammatico evento che ne ha definitivamente compromesso l'esistenza, anche strutturale, è il terremoto del 13 gennaio 1915. In un documento conservato presso l'Archivio di Stato [1] si riporta una delibera del Comune di Scurcola del 1923 che recita: "In seguito al terremoto del 13 gennaio 1915 il vecchio fabbricato già convento dei Cappuccini con l’annessa Chiesa riportava gravissimi danni, tali da doversi considerare distrutto agli effetti dei benefici di legge. Analogamente il muro di cinta del cimitero rimaneva gravemente danneggiato, per cui fin dalla prima epoca del disastro tellurico si ritenne indispensabile provvedere ad una riparazione sia pure sommaria del medesimo onde ovviare ad un indecoroso stato di abbandono, assolutamente incompatibile con quel civico senso di religione che costituisce il culto sacro dei morti. Con il crollo della Chiesa [di Santa Maria del Colle, NdR] e degli altri fabbricati adiacenti al vecchio convento vennero a mancare la cappella mortuaria e l’ossario, per cui uno stato di grave disagio venne a determinarsi in tutto il servizio necroscopico".

Resti del Convento dei Cappuccini di Scurcola

La pesante scossa, come attestato, arrecò danni giudicati irreparabili che, a distanza di diversi anni, indussero gli amministratori del tempo a decretare la demolizione del Convento. Nello specifico, l'atto comunale recante "Demolizione del Convento dei Cappuccini distrutto dal terremoto. Concessione dei lavori a Comi Angelo e Villa Giuseppe" risale al 30 luglio del 1928. Erano trascorsi più di 13 anni dal sisma e il podestà Vitantonio Liberati intervenne con urgenza per risolvere una situazione che riteneva, evidentemente, insanabile. Ai nostri occhi la scomparsa definitiva del Convento rappresenta, ancora oggi, una grave perdita, ma è anche ragionevole ritenere che, nel 1928, non vi fosse alcun interesse a recuperare un edificio ormai disabitato da decenni e pericolante a causa del terremoto.

Il dispositivo del 1928 recita: "detta demolizione si presenta indispensabile anzitutto a tutela della pubblica incolumità in quanto l'intero fabbricato minaccia rovina con grave pericolo per me numerose persone costrette ad attraversarlo per recarsi nell'interno del cimitero, in secondo luogo per rendere libera l'area ove dovranno sorgere nuovi locali del restaurato cimitero". Il cimitero di Scurcola, infatti, negli anni Venti, è ancora custodito nel perimetro dell'area conventuale e, da quanto viene esplicitato, all'epoca, si riteneva che l'area sarebbe stata adibita ai nuovi locali del cimitero restaurato, cosa che non è mai avvenuta: il cimitero del paese venne realizzato da lì a qualche anno dove si trova tuttora. 

Tracce delle mura perimetrali del "camposanto vecchio"

La perizia preliminare risulta essere eseguita dall'ing. Luigi Figà Talamanca mentre i lavori sono affidati, tramite trattativa privata, ai signori Angelo Comi e Giuseppe Villa, "operai specializzati in materia di demolizione", per lire 4.500. Veniva disposto, inoltre, che l'opera doveva essere ultimata entro il 15 settembre 1928 e che "ogni oggetto di pregio o meno, di interesse artistico o storico che nel corso dei lavori venisse alla luce dovrà essere immediatamente consegnato al rappresentante del Comune".



Note:
[1] Archivio di Stato di L’Aquila, Sottoprefettura di Avezzano, Affari speciali dei Comuni, b.268, fasc. 12.

lunedì 30 maggio 2022

Ritratto di scurcolana con la conca


Se dovessi scegliere una fotografia da tramandare ai posteri per conservare l'immagine di una scurcolana del primo Novecento, sceglierei questa. Non so chi sia la ragazza con la conca sul capo, non so chi sia l'autore dello scatto, non so quali vicende siano legate a questa meravigliosa foto d'epoca: essa rientra tra gli svariati e preziosi materiali fotografici e documentali che Aulo Colucci mi ha affidato diverso tempo fa. Ho riconosciuto lo scorcio, sicuramente. Si tratta di via dello Statuto: la strada che da piazza Umberto I conduce fino all'Arco di Scoccetta. Via dello Statuto, così come quella che un tempo si chiamava via dei Gradini, è una delle più belle scalinate del borgo di Scurcola.

Via dello Statuto oggi

La giovane scurcolana, che sorregge la conca sul capo, ha le mani appoggiate sui fianchi e il tipico abbigliamento delle donne del tempo: fazzoletto sul capo, scialle sulle spalle, bustino, gonna lunga e grembiule a pieghe. La trovo semplicemente commovente. Ho cercato di fotografare lo stesso scorcio per mostrarlo così come è adesso e, come si può notare, molto è mutato. Come è accaduto altrove, le storiche "pallotte" bianche sono state soppiantate da sanpietrini in porfido scuro, materiale molto lontano da quello che si adatta, per natura, colore e forma, ai nostri borghi. Sono cambiate anche le mura delle abitazioni: la pietra è stata ricoperta di intonaco colorato e le forme tondeggianti delle mura, probabilmente dovute alla presenza di edifici costruiti diversi secoli fa in difesa del paese, ora sono lisci, lineari, ordinati.

Il paese è un organismo vivo, è noto. Il paese muta in continuazione e, per farlo, perde ciò che era. Le fotografie, invece, hanno il potere di cristallizzare il tempo, permettendoci di vedere e di capire com'era ciò che c'era e perché c'era. Non è solo nostalgia ma, più lucidamente, rispetto di quel che siamo stati e non torneremo a essere. Ciò che è perduto quasi sempre lo è per sempre: via dello Statuto non tornerà mai più a essere quella immortalata nella fotografia in bianco e nero. Non ci sono soluzioni. Possono esserci, però, ancora cure e attenzioni nei riguardi di quel che abbiamo mantenuto affinché non vada smarrito definitivamente, affinché non diventi, tra qualche anno, solo un emozionante ricordo da ammirare in fotografia.

***

INTEGRAZIONE: sono stata contattata da Aldo Bovi il quale mi ha fornito preziose informazioni in merito all'immagine della "scurcolana con la conca". La giovane ritratta nella bella foto d'epoca è sua madre, Irene Di Pietro, chiamata Vittoria. Di lei ho già scritto in passato parlando di "Quattro bambini, una giovane donna e un somarello". Irene, o Vittoria che dir si voglia, abitava in Via dello Statuto n. 4. La fotografia venne scattata nel 1940 da Alberto Bovi, allora fidanzato di Irene, che sposerà l'anno successivo. "Mia madre aveva all'epoca appena 21 anni" spiega Aldo "Quel costume tipico non era già più in uso generalizzato e si poteva vedere solo indossato da alcune donne molto anziane (e questo lo ricordo perfettamente anche io qualche anno dopo). Credo che mia madre lo indossasse solo quella volta ad uso del fidanzato appassionato di fotografia".

venerdì 20 maggio 2022

Maddalena Liberati e la lapide in sua memoria nella chiesa di Maria SS della Vittoria


Chiunque percorra la navata centrale della chiesa di Maria SS della Vittoria, può notare, sul lucido pavimento, la presenza di due lapidi di marmo bianco sulle quali sono incise delle parole ormai quasi illeggibili poiché consumate dal trascorrere del tempo e dal passaggio secolare dei fedeli. Sulla prima di esse, quella posta a pochi passi dai gradini che conducono all'altare centrale, con un po' di fatica, sono riuscita a leggere la toccante dedica che un nipote rivolse a sua zia. Questo il testo:

A MADDALENA LIBERATI
BELLA DI ONESTA' E VIRTUDE
DI QUESTA CHIESA
LARGA BENEFATTRICE
NATA IL 23 GENNAIO DEL 1773
[…] AL SOLLIEVO DEI POVERI
M IL 23 GIUGNO 1856
COSIMO BONTEMPI NEPOTE
DI ESTO SASSO SPARSO DI PIANTO
TENUE TRIBUTO
DI NON MENTITA GRATITUDINE
POSE
---

E QUI SEPOLTO IL SUO CORPOREO VELO
MA L'ALMA ESULTA TRA I BEATI IN CIELO
---

ZIA DOLCISSIMA
SE PER AFFETTUOSE CURE
MI FOSTI IN VITA MADRE SECONDA
TI SOVVENGA DI ME IN SENO A DIO
E FA CHE LO SQUILLO
DELL'ANGELICA TROMBA CI RIUNISCA PER SEMPRE

Non so quanti abbiano prestato attenzione a questa lapide e alle parole che conserva. Probabilmente essa rientra tra i mille dettagli dati per scontati (e quindi per lo più ignorati) di Scurcola. Con un briciolo di pazienza ho recuperato il testo tracciato sul marmo anche se, come evidente, mi manca la parola iniziale del sesto rigo. Entrando nel dettaglio del contenuto, si tratta di un'epigrafe per la morte di Maddalena Liberati, avvenuta il 23 giugno 1856, fatta realizzare da suo nipote, Cosimo Bontempi. Con l'ausilio degli atti contenuti all'interno del Portale Antenati dell'Archivio di Stato dell'Aquila, ho potuto capire meglio le ragioni che hanno indotto Cosimo a lasciare un ricordo di sua zia Maddalena.

Cosimo Bontempi

Andiamo con ordine. Cosimo Bontempi, il cui nome completo era Cosimo Isidoro Raffaele, era nato il 29 marzo 1817, figlio di Vittorio Bontempi e Maria Liberati, entrambi appartenenti a due importanti famiglie di proprietari scurcolani. Tra Vittorio e Maria figurano quasi 40 anni di differenza d'età ma, ai tempi, come ho fatto rilevare anche in altre circostanze, non era insolito che un uomo maturo sposasse una ragazza molto più giovane di lui. Cosimo fu l'ultimo figlio di Vittorio e Maria perché, l'anno successivo, esattamente il 16 febbraio 1818, Maria morì: aveva solo 27 anni. Ho rintracciato l'atto di morte della donna nel quale si legge: "a' dì sedici del mese suddetto di febraro, alle ore tre di notte la Signora Maria Liberati, figlia dei signori coniugi Erasmo Liberati e Angela Rossi, e rispettiva cognata de suddetti Signori Don Ignazio e Don Stefano Bontempi perché moglie del predetto signor Don Vittorio Bontempi germano fratello".

Prima parte del testo della lapide

Nel momento in cui Maria Liberati morì, suo marito Vittorio Bontempi (di circa 66 o 67 anni) era anche Sindaco di Scurcola. L'atto di morte, infatti, è firmato da un sostituto, Luigi Pompei. Cosimo aveva meno di un anno quando sua madre scomparve. Leggendo la lapide posta sul pavimento della nostra chiesa, è facile intuire che venne affidato alle cure di sua zia Maddalena che, come scrive il nipote, gli fu "madre seconda". Maddalena Liberati (nata nel 1773) era la sorella maggiore di Maria (aveva circa 18 anni più), primogenita di Erasmo Liberati e Angela Rossi. Alla zia Maddalena, Cosimo Bontempi volle dedicare un commosso omaggio in segno di devozione e gratitudine per quanto, evidentemente, aveva fatto per lui, rimasto orfano di madre troppo presto. Quel segno d'amore è ancora lì, al centro della chiesa della Madonna della Vittoria, a ricordarci l'affetto di un nipote nei confronti di una zia che gli fu anche madre.

sabato 30 aprile 2022

Si chiamava via dei Gradini


Si chiamava via dei Gradini prima. E un motivo c'era, evidentemente. Nel 1936 venne deciso di chiamarla (banalmente?) via Trento e Trieste. Un tempo era così come si vede nella bellissima fotografia che uno scurcolano mi ha segnalato anche se, come si può notare, il suo nome era già stato cambiato. Questo splendido scatto storico potrebbe risalire ai primi anni Cinquanta, forse. Via dei Gradini era ancora formata dalle antiche "pallotte" ormai quasi del tutto scomparse dal centro storico di Scurcola, sostituite da materiali diversi (privi, tra l'altro, di ogni coerenza) che saranno anche più pratici e sicuri ma, oggettivamente, non hanno niente a che vedere con la "pietra bianca" originaria dei nostri luoghi.

Via dei Gradini era una splendida scalinata, non ci sono dubbi. Oggi risulta meno "affascinante", soprattutto per via della perdita della pietra bianca, ma rimane comunque uno dei punti di salita più importanti del borgo: dall'inizio di via Porta Reale si congiunge con via Diaz (ex via Campanile) fino a salire verso via G. Oberdan (ex via Sant'Angelo) e quindi arrivare a Corte Vecchia. Bisogna immaginare che un tempo questo tracciato fosse percorso da decine di persone ogni giorno, a salire e a scendere. Oggi non è più così perché quella parte del borgo, come molte altre, è quasi del tutto spopolata.

Via Trento e Triste come appare oggi

E le galline? Presenza costante all'epoca. Anzi, forse in questo vecchio scatto sono meno di quelle che ci sarebbero state anni addietro. Le galline potevano razzolare indisturbate ovunque volessero. Nessuno avrebbe fatto loro del male e, alla sera, tornavano tranquillamente nel pollaio di pertinenza. Scurcola Marsicana era così. E sentire un pizzico di malinconia per chi, come me, così non l'ha mai vista è naturale. Abbiamo sicuramente perso qualcosa. Di più: abbiamo perso pezzi importanti di un'identità, anche estetica, anche umana, anche urbanistica, che non torneranno e che, purtroppo, nessuno sembra voler recuperare o proteggere abbastanza.


Nota: la foto storica di apertura è stata realizzata da Alfredo Nuccitelli.

martedì 12 aprile 2022

La cultura non è


La cultura non è fiato a perdere, la cultura non è per caso e non è nemmeno vaga distrazione. La cultura non si improvvisa, non si inventa e non si trattiene. La cultura non è un abitino da indossare per le feste, non è neanche una parola magica da proferire nelle occasioni opportune, né un palloncino da gonfiare per darsi lustro. La cultura non imbelletta e non infiocchetta, la cultura non dorme e non si fa da sé. La cultura non è per chi se ne frega e nemmeno per chi non la prende sul serio. La cultura non annoia, non bluffa e non gira a vuoto. La cultura non vale a prescindere e non tollera vacue approssimazioni. La cultura non sono due "sassi" ritrovati sotto terra e nemmeno due "facce" viste su un muro.

La cultura è fede. È pensiero totale, radice che preme, mente che osa pensare. La cultura è massima conoscenza, desiderio di capire e infiniti rimandi di tempo. È dimestichezza col dubbio, è umiltà d'ascolto, è inginocchiarsi a cercare. La cultura è condivisione sana, è urgenza di comprendere, è fatica immane. La cultura esige attitudine, competenze e visioni mai viste. La cultura consuma e risorge, si flette e riflette. Ci spiega e ci cresce ma deve essere custodita e nutrita e curata e vigilata ogni giorno. Punto d'inizio e d'incontro: luogo senza confini. La cultura è responsabilità e mestiere, comincia per non aver mai fine. Si spande lì dove c'è chi la rispetta e la sostiene con onestà intellettuale e nobiltà d'intenti. La cultura non sa che farsene delle vaghezze sconclusionate di chi la usa calpestandola, di chi vorrebbe piegarla ai suoi scopi, di chi non le si avvicina con il riguardo che merita.

domenica 20 marzo 2022

"Viva Cerri" su un muro in via XI Febbraio


Come molti sanno, sono solita girovagare per il borgo di Scurcola con una certa regolarità e penso di aver osservato e assimilato molte delle sue caratteristiche. Solo pochi giorni fa, però, ho notato un dettaglio che, finora, mi era sfuggito o che, semplicemente, non avevo osservato con la dovuta accortezza. Si tratta di due vecchie e scolorite scritte tracciate, verosimilmente più di un secolo fa, sul muro di un edificio situato in cima a via XI Febbraio, al numero civico 36. Partendo da Corso Vittorio Emanuele III, sono salita passando davanti all'ingresso di Palazzo Tuzi-Marimpietri e al cospetto degli affreschi che decorano questo angolo semisconosciuto del nostro paese. Salendo ancora, sulla sinistra, si presenta un edificio a due piani con un vecchio e malmesso portone di legno a piano terra.

Via XI Febbraio n. 36 e scritte W Cerri

Ebbene, sul muro scrostato di questo fabbricato, ho rilevato la presenza di due scritte "Viva Cerri". Immediatamente mi sono tornate alla memoria le parole "Viva Fusco" che avevo già notato lungo il nostro Corso, a poca distanza da quella che era la bottega di Lodovico, e alle quali ho dedicato un post pubblicato nel dicembre 2020. Per analogia con le precedenti, ho ritenuto che anche il Cerri nominato su un vecchio muro del centro storico di Scurcola possa essere un esponente politico e che quel "Viva Cerri" non sia altro che un sistema per propagandarne il nome e favorirne l'elezione.

Giovanni Cerri

Compiendo una breve ricerca su Internet, ho individuato la figura di Giovanni Cerri, avezzanese nato il 27 maggio 1857 e noto avvocato della città. Fu Sindaco di Avezzano dal marzo 1891 al settembre 1893. Venne eletto alla Camera dei Deputati e rimase in carica dal 16 giugno 1900 al 18 ottobre 1904, durante l'XI legislatura. A lui si deve una proposta di legge del 1904 relativa alla "Costituzione in Comune autonomo della frazione Oricola". Dal punto di vista politico, assieme a Luigi Vidimari e ad Antonio Iatosti, Cerri operò per contrastare la politica di Giovanni Torlonia. Costui era III Principe del Fucino, dopo suo nonno Alessandro e suo padre Giulio Borghese (marito di Annamaria Torlonia), e aveva creato, con la sua discutibile gestione delle aree fucensi bonificate, un ampio malcontento tra i contadini e tra i braccianti.

È quindi probabile che le iscrizioni "Viva Cerri" siano riferibili proprio all'avvocato Giovanni Cerri che, evidentemente, aveva dei sostenitori anche a Scurcola. Forse il suo nome venne tracciato su quel muro in occasione delle elezioni del 1900 oppure in un altro momento della carriera politica di Cerri. Egli tornò a essere Sindaco di Avezzano il 16 luglio del 1914, ma rinunciò al suo incarico pochi giorni più tardi per ragioni personali. Giovanni Cerri morì a soli 58 anni sotto le macerie causate dal violento terremoto che colpì la Marsica il 13 gennaio del 1915. Una tragica fine per un illustre rappresentate della politica marsicana e abruzzese di cui, seppure per un minuscolo dettaglio, Scurcola conserva memoria.

giovedì 10 marzo 2022

L'artista Saturnino Gatti e il tabernacolo di Maria SS. della Vittoria


Alcuni mesi fa ho dedicato un post a un evento deplorevole avvenuto il 10 marzo 1894, vale a dire il tentativo di furto e, soprattutto, il grave danneggiamento delle tele che rivestono il prezioso tabernacolo in cui era custodita la statua di Maria SS. della Vittoria. I sei piccoli capolavori decorano l'interno delle ante della cassa lignea e, dopo l'increscioso (e mai punito) evento del 1894, ci sono pervenuti sfregiati e deturpati: purtroppo non sapremo mai come erano prima. Il tabernacolo, dalla particolare conformazione triangolare, è conservato da molti anni presso il Museo d'Arte Sacra della Marsica, all'interno del Castello Piccolomini di Celano. Le sei scene dipinte, tempera su tela, rappresentano altrettanti episodi della vita di Cristo.

Adorazione di Gesù (anta sinistra)

Sembra ormai consolidata l'idea che l'autore delle tele sia Saturnino Gatti da San Vittorino (1463 ca.-1518 ca.). A dare forza a questa ipotesi ci sono le analisi storiche del noto studioso e critico d'arte francese Émile Bertaux e, nel corso del tempo, anche le conferme di Federico Hermanin, Mario Chini, Giuseppe Marini e Pietro Piccirilli. Al contrario, Raimond Van Marle, Ferdinando Bologna e Otto Lehmann Brockhaus non sono dello stesso avviso. La possibilità che l'autore di queste tele sia Saturnino Gatti, in ogni caso, rimane valida e fondata. Il Gatti è uno degli artisti più valenti e prestigiosi del territorio abruzzese. Iniziò a formarsi prima presso Silvestro dell'Aquila e, più tardi, probabilmente, riuscì a frequentare la bottega del Verrocchio che, ricordiamo, fu maestro di Leonardo da Vinci. Diverse le opere d'arte pittoriche e scultoree di Saturnino Gatti presenti nel territorio aquilano, la più nota è sicuramente la "Madonna del Rosario" del 1511, originariamente collocata presso la Chiesa di San Domenico a L'Aquila e oggi ospitata nel Museo Nazionale d'Abruzzo, sempre a L'Aquila.

Madonna del Rosario di Saturnino Gatti (1511)

Come detto, le sei tempere del Gatti raccontano momenti essenziali della vita di Gesù Cristo. Sull'anta di sinistra, partendo dall'alto abbiamo: l'Annunciazione, l'Adorazione di Gesù Bambino e la Presentazione al tempio. Sull'anta di destra, la più danneggiata dal tentativo di furto del 1894, la "narrazione" della vita di Cristo prosegue dal basso: la Flagellazione e la Crocifissione. Il riquadro inferiore destro, purtroppo, è del tutto illeggibile poiché completamente rimosso dall'incauto ladro ma, per analogia con il tabernacolo della Madonna di Fossa (dipinto dal Maestro di Fossa), i cui sportelli sono stati rubati negli anni Settanta, la formella doveva raffigurare il Bacio di Giuda con la consegna di Gesù ai soldati.

Bacio di Giuda (Tabernacolo Madonna di Fossa)

Indubbiamente in ogni singolo elemento pittorico sopravvissuto, è possibile rilevare la grande maestria dell'artista: la cura dei dettagli, l'armonia delle figure, la grazia dei volti, l'applicazione puntuale degli studi prospettici, la plasticità dei panneggi e delle forme. Molto particolare, come suggerito da Marianna D'Ovidio, la scena racchiusa nella formella dedicata alla Crocifissione, in alto sull'anta destra. Qui è possibile notare la presenza di un piccolo corteo di personaggi che potremmo definire "fuori dal tempo". Si tratta di alcuni cavalieri che, ovviamente, così bardati, non sono riconducibili al periodo in cui Gesù venne crocifisso ma, più verosimilmente, all'epoca in cui la tela venne dipinta (fine Quattrocento o inizi Cinquecento). 

Cavaliere Orsini (dettaglio Crocifissione)

Il personaggio che appare in primo piano, il cavaliere in armatura, indossa una piccola rosa rossa sul petto mentre un'altra è collocata sui finimenti del suo cavallo. La rosa rossa è riconducibile al simbolo della famiglia Orsini e il cavaliere qui presente potrebbe rappresentare un membro di questa potente famiglia che deteneva, tra gli altri, anche i territori di Scurcola. Se tali osservazioni fossero corrette, sarebbe possibile ipotizzare che i dipinti che ornano il tabernacolo che custodiva la statua della Madonna della Vittoria potrebbero essere stati commissionati dagli Orsini, forse poco prima che i loro domini di Albe e Tagliacozzo passassero alla famiglia Colonna.



Bibliografia
D'OVIDIO Marianna, "La statua lignea di S. Maria della Vittoria e l'edicola figurata" in "Scurcola Marsicana Monumenta", Comune di Scurcola Marsicana, 2005, pp. 136-144.
MARINI Giuseppe, "La battaglia di Tagliacozzo e le vicende di tre chiese", Casa Tip. Ed. Comm. Nicola De Arcangelis, Casalbordino, 1934, pp. 31-43.
MEZZOPRETE Maria Pia, "Tabernacolo decorato con scene raffiguranti la vita di Cristo" in "Arte e cultura nella Marsica. II arte. 1984-1987", Teramo, 1987, pp. 138-140.
PICCIRILLI Pietro, "Notizie degli Abruzzi, furti di oggetti d'arte a Scurcola e a Paterno", in "L'Arte", 1904, pp. 504, 505.

martedì 1 marzo 2022

Alla pace


Ho riflettuto a lungo, nell'ultima settimana, in merito all'opportunità o meno di scrivere un post su quanto sta accadendo tra Russia e Ucraina. Mi sono chiesta se questo blog fosse il luogo adatto, se io fossi la persona adatta e, soprattutto, se potesse servire a qualcosa. Poi ho notato che nessuno, a Scurcola, ha assunto ufficialmente una posizione che fosse dichiaratamente e lucidamente contraria a una guerra che, come tutte le guerre, non ha senso

Lo faccio io, nel mio piccolo. E lo faccio con profonda consapevolezza: sono qui ad affermare con convinzione la mia totale repulsione nei confronti della guerra che è e rimane uno degli atti più vili, irresponsabili e osceni che si possano compiere. Non esito ad affermare che le scelte di Putin siano radicalmente sbagliate e che lui sia un individuo molto pericoloso

Non basta pensarla la pace. La pace va fondata e curata: con i gesti, con le parole, con le prese di posizione, con i simboli, con le azioni. Tutto sommato la pace e la libertà sono creature fragili e i fatti recenti ce lo hanno dimostrato. 

Agostino Falcone mi avrebbe detto: "hai scritto un altro elzeviro!". Probabilmente sì. Ho sentito la necessità di farlo e sono certa che tanti altri scurcolani condividono il mio pensiero. Sarò pronta a pubblicare e dare spazio ad altri pensieri "di pace" come il mio, accanto al mio. Per chi vorrà.

martedì 15 febbraio 2022

La Rocca Orsini di Scurcola Marsicana com'era: le foto di Max Hutzel


Max Hutzel è un fotografo tedesco vissuto tra il 1911 e il 1988. L'Italia è divenuta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il suo paese d'adozione. Hutzel ha lavorato come fotografo di moda e di cinema ma, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, si è dedicato alla documentazione fotografica. Quindi iniziò a viaggiare per i piccoli paesi poco noti del centro Italia, soprattutto in Abruzzo. Hutzel realizzò uno studio intitolato "Foto Arte Minore" in cui ha raccolto i suoi lavori di documentazione fotografica che sono confluiti, oggi, nella Getty Photo Library come parte del programma Open Content.

La parete posteriore della Rocca Orsini

Ed è proprio nell'immenso archivio della Getty che ho rintracciato alcuni importanti scatti che Max Hutzel realizzò a Scurcola probabilmente negli anni Sessanta (la data precisa non è disponibile). Uno dei "soggetti" delle sue fotografie è stato il nostro castello, meglio noto semplicemente come Rocca Orsini. Gli scatti in bianco e nero realizzati dal fotografo tedesco ci mostrano il fortilizio così come appariva al tempo: in totale stato di degrado e di abbandono.

Torrione della Rocca Orsini

Ricordo perfettamente, avendo comunque l'età sufficiente per farlo, il Castello prima che iniziassero i lavori di ripuliturarecupero e ripristino dello storico edificio che sovrasta il nostro borgo ormai da tanti secoli, grazie all'interessamento di scurcolani visionari e coraggiosi (tra i primissimi: Loreto Tortora ed Erminio Di Gasbarro). Ho ritenuto utile recuperare la memoria visiva che Hutzel ci ha lasciato per far rilevare anche ai più giovani o ai più piccoli come si presentava la Rocca "prima".

Max Hutzel

Le passate amministrazioni hanno dato il via ai lavori e li hanno portati avanti per anni, la presente amministrazione ha ereditato quello che in passato è stato fatto e dovrà, si spera, condurlo a termine. Il desiderio di tutti è che il magnifico edificio storico, prezioso per Scurcola ma anche per tutto l'Abruzzo, sia definitivamente rimesso in sesto e, finalmente, dopo almeno tre decenni di opere, attese, rimandi, scartoffie e promesse, possa essere reso accessibile a chiunque voglia visitarlo. Sarà necessario recuperare la sua lunga e preziosa storia e porlo, una volta per tutte, al centro dei progetti culturali, turistici e urbanistici essenziali per Scurcola, per gli scurcolani e per tutto il territorio.

Il filosofo Antonio Rocco tra “Le Glorie degli Incogniti” (1647)

Siamo nella Venezia del Seicento, la città più cosmopolita della penisola. Giovanni Francesco Loredan ha solo 27 anni quando, da giovane no...