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venerdì 25 marzo 2022

Strade e piazze di Scurcola rinominate durante il periodo fascista


Nel corso del ventennio fascista a Scurcola Marsicana, così come in molte altre località italiane, venne rivisto anche l'apparato toponomastico di strade e piazze. Alcune delle denominazioni attribuite in quella fase storica, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, vennero definitivamente cancellate poiché esplicitamente riferite a figure riconducibili al regime. Altre, invece, continuano a mantenersi. Di recente ho richiesto e ricevuto, dai competenti Uffici del Comune di Scurcola, che ringrazio, la versione digitale di alcuni atti degli anni Trenta conservati nell'archivio storico del Municipio. Tra di esse la delibera n. 65 del 27 Gennaio 1936 con la quale il Podestà Vitantonio Liberati, assistito dal segretario Emilio Nuccitelli, stabilì la parziale modifica della toponomastica del nostro paese.

Toponomastica fascista a Scurcola Marsicana

Le nuove denominazioni di vicoli, piazze, strade e borgate scurcolane, attribuite dal Podestà Liberati nel 1936, risentono, come evidente, dell'inevitabile retorica fascista, con riferimenti a personaggi storici o artisti o episodi che, ai tempi, rientravano nell'enfasi evocativa di una dittatura impegnata nel tentativo (rivelatosi poi fallimentare) di fondare un impero italiano in Africa. Va ricordato che nell'ottobre del 1935 era iniziata la Guerra d'Etiopia che si concluse, nel maggio del 1936, con la conquista di Addis Abeba da parte dell'esercito italiano, condotto dal generale Badoglio. In questa fase la politica di Mussolini si impone su ogni elemento della vita degli italiani, anche su quello linguistico.

Via F.P. Tosti (ex via San Giuseppe)

Con l'atto podestarile del gennaio 1936 vengono mutati, o creati ex novo, toponimi di diverse località del paese che, dopo il terremoto del 1915, si legge, "difettano di denominazioni poiché tali località fino ad ora furono del tutto trascurate, ovvero vennero a costituire parte dei nuclei abitati in questi ultimi anni, per l'avvenuta costruzione di abitazioni civili, in seguito al terremoto". Alcune zone di Scurcola (ma anche di Cappelle) erano identificate con nomi popolari o convenzionali, con indicazioni legate a cognomi di famiglia (vicolo Bucceri, vicolo Colucci, vicolo Liberati) o con la prossimità di edifici specifici (via dell'Orologio Vecchio, via Campanile).

Largo Silvio Spaventa (ex Largo del Protestante)

A prescindere da tutto, è affascinante e storicamente molto interessante rilevare oggi le precedenti denominazioni di luoghi del paese che, in qualche caso, non sono mai stati dimenticati. Ad esempio, quello che oggi è vicolo Patini, prima del 1936, era chiamato vicolo dell'Abate, per la presenza dell'abitazione del parroco di Scurcola; via Tosti era semplicemente via San Giuseppe, per via dell'omonima Chiesetta di proprietà della famiglia Ottaviani; via Sotto le Preci era quella che molti scurcolani continuano a chiamare "via sotto le prete"; via Codabassa, per quanto rinominata ufficialmente via Monte Velino, rimane nei riferimenti dialettali "Coavassa".

In futuro mi piacerebbe approfondire la storia di alcune delle vecchie strade o piazze di Scurcola per rintracciarne l'origine e le vicende toponomastiche. Al momento mi limito a riprodurre l'elenco delle precedenti e delle nuove denominazioni definite nella delibera n. 65/1936.
 

Denominazione precedente

Nuova denominazione

Piazza Vetoli

Piazza del Littorio

Largo S. Vincenzo

Largo Goffredo Mameli

Largo S. Matteo

Largo Garibaldi

Via Codabassa

Via Monte Velino

Via delle Papere

Via Gabriele Rossetti

Via degli Orti

Via Andrea Bafile

Via Magutte

Via XXIII Marzo

Largo Fonte Vecchia

Largo Duca degli Abruzzi

Vicolo Liberati

Via Cesare Battisti

Vicolo dell'Abate

Via Teofilo Patini

Largo del Protestante

Largo Silvio Spaventa

Via S. Giuseppe

Via F.P. Tosti

Vicolo Rossi

Via Nazzario Sauro

Via delle Grazie

Via XI Febbraio

Via del Pietrone

Via Alba Fucense

Via dell'Orologio Vecchio

Via Napoleone Orsini

Via Sotto le Preci

Via della Vittoria

Via dei Gradini

Via Trento e Trieste

Via della Vittoria

Salita del Santuario

Vicolo Talone

Via S. Maria

Vicolo Calandrelle

Via del Castello

Via della Rovina

Via Dalmazia

Via Campanile

Via Armando Diaz

Via Labirinto Campanile

Via Armando Casalini

Via Cortevecchia

Via Fabio Filzi

Via S. Angelo

Via G. Oberdan

Vicolo Fischietto

Vicolo Tre Abruzzi

Larghetto S. Angelo

Largo Fiume

Vicolo Carusotti

Via F. Corridoni

Borgata S. Sebastiano

Via F.P. Michetti

    Idem

Via Giovanni Argoli

    Idem

Via Adua

    Idem

Via Maccallè

Vicolo Bucceri

Via de' Marsi

Vicolo Colucci

Via Isonzo

Via Petitta

Via Piave

Viale sinistro edif. scolastico

Via Arnaldo Mussolini

Viale destro edif. scolastico

Viale G. D'Annunzio


lunedì 30 agosto 2021

Chi conosce lo sciabbaco?


Sciabbaco: non avevo mai sentito questa parola del dialetto scurcolano prima di qualche giorno fa. Si pronuncia sciàbbaco, con l'accento sulla prima "a". Ad insegnarmi il significato di sciabbaco è stato Impero Rossi che, in questo modo, ha arricchito il mio patrimonio di conoscenze scurcolane che, come sempre, mi piace condividere su "Scurcola Marsicana Blog". La versione in lingua italiana di sciabbaco è sciabica (o sciabeca), un termine che deriva dal termine spagnolo jábega, a sua volta derivato dall'arabo ispanico šábk che a sua volta proviene dalla lingua araba classica šabakah. La sciabica consiste in un'antica tipologia di rete da pesca a strascico. Lo sciabbaco o sciabica si usa solitamente in fondali bassi per pescare piccoli pesci e funziona in maniera del tutto manuale.

Impero Rossi mi mostra il suo vecchio sciabbaco

Oltre a spiegarmi cosa fosse "glio sciabbaco", Impero mi ha permesso di vederne uno. Il suo sciabbaco, quello che usava da ragazzino, negli anni Cinquanta. Stiamo parlando di un attrezzo che a Scurcola, negli scorsi decenni, veniva adoperato da diverse persone per pescare e, come mi ha spiegato Impero, si trattava di una pratica abbastanza diffusa tra gli scurcolani perché consentiva di poter mettere a tavola, di tanto in tanto, un po' di pesce. Si parla di periodi in cui non esistevano le pescherie, non c'erano i surgelati e l'unica persona che, di tanto in tanto, passava a Scurcola a vendere qualche pescetto era Giovannina che veniva da Capistrello.

Il fiume Imele oggi dal ponte dei "Colli"

Impero, come Gastone (il macellaio) o Giovanni Rossi (detto Rufione) o tanti altri ancora, era solito usare lo sciabbaco lungo il nostro "canale", ossia il fiume Imele. L'utilizzo dello sciabbaco, come detto, avviene in maniera totalmente manuale. Serviva immergersi al centro del fiume e sorreggere i sostegni circolari di legno leggero che circondano la parte alta della rete, immersa controcorrente e posizionata verso i margini del fiume. Solitamente con i piedi sottacqua si tentava di spaventare i pesci e di indirizzarli verso lo sciabbaco. Cosa si pescava nell'Imele? In genere piccoli pesci: barbi, cavedani, spinarelli e, come racconta Impero, tantissimi gamberi di fiume e molte rane. Qualche volta capitava anche di pescare piccoli serpenti d'acqua dolce o qualche sorcetto. Tra i materiali del fondale, invece, scavando con le mani, si potevano raccogliere quelle che a Scurcola chiamano "cucchie" ossia cozze d'acqua dolce.

Il fiume Imele oggi da "Ponte Giacchino"

In tanti riportavano a casa, dalle mogli o dalle madri, quei piccoli pesci o i gamberi o le rane pescati nel fiume, che poi venivano fritti o cucinati in tegame o sotto "glio coppo". Le "cucchie", mi è stato spiegato da Impero e da Zeno (Nazzareno Falcone), non venivano mangiate quasi mai. Solitamente venivano vendute o cedute a chi veniva da fuori a cercarle. Qualcuno, come Rufione, era solito vendere il suo pescato (rane comprese) ai compaesani, passando casa per casa. Non mi sembra che oggi, a Scurcola, qualcuno osi ancora pescare lungo il fiume. Tra l'altro esistono normative ben precise che regolamentano la pesca d'acqua dolce, prescrivendo permessi e limiti, ma, in generale, temo che le acque dell'Imele non siano più nelle condizioni di poter consentire una pesca con lo sciabbaco, come avveniva un tempo.

lunedì 26 luglio 2021

L'Incoronazione della Madonna della Vittoria del 25 settembre 1757


Le corone d'oro che ornano il capo di S. Maria della Vittoria e del Bambino sono tra gli oggetti più raffinati del cosiddetto "tesoro di Scurcola". Siamo ormai abituati a vedere la statua della nostra Madonna ornata con corona, scettro e trono ma, per un paio di secoli la sacra effige, rinvenuta, secondo la tradizione, tra le rovine della diruta Abbazia cistercense nel 1525, non fu ornata da alcun oggetto prezioso. Tra i primi e più importanti doni che la Madonna della Vittoria ha ricevuto, storicamente parlando, vi sono le due corone. La cerimonia dell'incoronazione venne celebrata solennemente l'ultima domenica di settembre dell'anno 1757 che, secondo il calendario, cadeva il 25 del mese.

Le due corone (foto Costantino Oddi)

Ecco quanto scrisse, nel 1856, in vista del 1° centenario dell'Incoronazione, il frate domenicano P. Filippo Buontempi di Scurcola [1]: "Il Popolo Scurcolese in ringraziamento di tanti benefizi, ed in attestazione di sua filial devozione verso la Vittoriosa sua Madre, si risolveva di far coronare con diademi d'oro la sacra Statua della sua Protettrice. E così oltre le Corone d'oro inviatele dal Reverendissimo Capitolo di S. Pietro, naturali del luogo sì Ecclesiastici che Secolari, sì poveri che ricchi tutti a larga mano profusero denari e fatiche, onde si coronasse la lor Madre Vittoriosa con la più splendida pompa e con rarissimo festeggiamento. Si eseguiva nell'ultima domenica di Settembre del 1757 nel sito così detto Aja dell'Ospedale propriamente vicino alla Chiesolina del Purgatorio".

Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio

Non abbiamo, al momento, testimonianze dirette di quel che avvenne quel 25 settembre del 1757. Possiamo affidarci alla ricostruzione di P. Filippo Buontempi il quale ci fa rilevare che le due corone furono inviate dal Capitolo di S. Pietro. Possiamo anche dire che al soglio pontificio, nel 1757, c'era Papa Benedetto XIV (al secolo Prospero Lorenzo Lambertini di Bologna). La grande festa organizzata per l'Incoronazione si svolse nell'Aia dell'Ospedale ossia nello spazio che possiamo oggi individuare di fronte alle "Anime Sante", sede della Confraternita del SS. Suffragio, nella piazza di Scurcola.

Sempre secondo la cronaca che ci ha lasciato padre Filippo, possiamo sapere che: "Monsignore Domenico Antonio Brizi, Vescovo dei Marsi, ne celebrava solennemente l'augusta sacra Cerimonia per Commissione del Reverendissimo Capitolo Vaticano e proferiva nell'imporre il diadema alla sacra Statua: "Iddio ti corona in Cielo, ed io indegnamente ti corono in terra". Iterati furono per giorni otto nella Chiesa Collegiata della SS. Trinità i più solenni Pontificali, con luminarie sì nel Tempio che nel foro, degnissimi scelti Oratori ne recitarono le glorie, ed i primi poeti ne scrissero i versi, lo stesso Prelato Brizi aveva consacrato il Tempio e l'Altare maggiore la seconda Domenica di Ottobre del 1741".

Insegna tondeggiante

Ad attestare quanto afferma il domenicano di Scurcola esiste ancora un'insegna di forma tondeggiante che riporta, in latino, i dettagli fondamentali della storia: la fondazione del tempio avvenuta nel 1525, la consacrazione dello stesso avvenuta l'8 ottobre del 1741 da parte del Vescovo Brizi e, alcuni anni più tardi, nel 1757, l'incoronazione della Madonna celebrata sempre da Monsignor Domenico Antonio Brizi (1688-1760). I festeggiamenti che i devoti di Scurcola misero in piedi nel lontano 1757, in occasione dell'incoronazione, come si legge, furono grandiosi. 

Processione del 2° Centenario dell'Incoronazione (1957)

Qualcosa di paragonabile, probabilmente, a quel che avvenne nel 1857, durante la ricorrenza del 1° centenario o nel 1957 per il 2° centenario, evento, quest'ultimo, che forse qualche scurcolano un po' più maturo ricorderà sicuramente. Solo un anno più tardi rispetto all'incoronazione, quindi nel 1758, la Chiesa di S. Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana divenne di nomina regia, e lo stesso re nel 1760 la conferiva al Teologo della Regia Università di Napoli, Mons. Domenico Quercia (che diventerà più tardi anche Cardinale), prelato del Regno, famigliare del re, esimia figura ecclesiastica di cui scriverò a tempo debito.


Note:
[1] Frate Filippo Buontempi, "Pochi cenni istorici su l'origine, ed invenzione della sacra immagine di Maria SS.ma della Vittoria, che si venera nel Comune di Scurcola de' Marsi", Napoli, dai Tipo di Filippo Serafini, 1856.

sabato 5 giugno 2021

Elenco (non esaustivo) di proverbi e modi di dire scurcolani


Come in ogni paese, anche Scurcola Marsicana ha i suoi proverbi, le sue frasi fatte, le sue parole di saggezza popolare. Si tratta di modi di dire che, per fortuna, ancora oggi, chi continua a parlare il dialetto scurcolano (compresa la sottoscritta), pronuncia e utilizza quando se ne presenta l'occasione. So benissimo che altri prima di me hanno provato a creare lo stesso tipo di raccolta e so benissimo, come ho scritto nel titolo, che questo elenco di proverbi scurcolani non è (e forse non sarà mai) del tutto esaustivo. Infatti mi aspetto che, così come è accaduto quando ho scritto dei soprannomi scurcolani, ci siano persone che offrano il loro contributo per ampliare e arricchire questo mio "inventario" di modi di dire paesani che voglio dedicare al professor Cesare Lucarini col quale, durante alcune nostre chiacchierate telefoniche, ci siamo divertiti a individuare e a scambiare con estremo diletto.


Addo' n'ci sta glio guadagno, la remessa è certa.

Appete alla ficora ci nasce 'o ficoriglio.

Aséno vecchio, mmasto gnovo.

A so colle si fatta l'ara.

A 'sta casa ci sta 'na brutta usanza: è ora de morenna e non se pranza.

Attacca gl'aseno addo vo' glio padrone.

A ti te feta pure glio valle.

Che beglio giovanotto che so i' disse gl'aseno mi, se non m'avanti tu m'avanto i.

Che ci fa lo rutto alle pignate? Senn'esce l'acqua e remanono le vache.

Chi ala poco vale e chi ci sta vicino non vale 'no quattrino.

Chi giralecca, chi remane se secca.

Chi mena apprimo, mena du' ote.

Chi pecora se fa, glio gliupo sélla magna.

Chi se repara sotto alla frasca, piglia l'acqua che piove e quela che casca.

Chi tè oglio e léna lesto fa a cena.

Chi tè pollere spara, chi nolla tè sente i botti.

Dormi Paolo e conta l'ore.

È lo troppo cace 'ncima agli maccaruni.

È meglio a i alla vigna quando piove che giocà a briscola e fa cinquantanove.

È meglio esse cornuto che male sentuto.

È 'na pignata senza manico.

Fa be' agli àseni che te tirano le zampate.

Fa bene e scorda, fa male e pensa.

Feci che te refeci non fu peccato.

Gl'aseno porta la cama e gl'aseno sélla magna.

Glio bove che dice cornuto agl'aseno.

Glio guappo della sera, gl'agliucco della matina.

Glio mare glio sa chi glio pesca.

Glio mese e' maggio ragliano gl'aseni pe' le vigne.

Glio munno è tanto rósso e tanto zico.

Glio pórco satullo, reoteca glio scifo.

Glio ricco fa comme vo' e glio povero fa comme po'.

Glio sattullo non crede agl'affamato.

Glio vecchio non se doerrìa morì mai.

I guai della pila, gli sa glio copérchio.

La caglina cieca la notte ruspa.

La caglina feta gl'ovo e glio valle strilla glio cuio.

La cera se consuma e glio morto non cammina.

La figlia 'e la sora Camilla, tutti la vóno e nisciuno sélla piglia.

La mamma pe' glio figlio se glio leva glio 'occuniglio, glio figlio pe' la mamma se glio schiaffa tutto 'ncanna.

La pecora che fa bee perde glio voccone.

La róbba chi la fa, chi la mantè e chi se la magna.

La robba degl'avaro sélla magna glio scroccone.

La sposa è bella 'na vota.

La teglia della casa non ména guerra.

La vigna è 'na tigna.

Lo bóno è bóno e lo méglio è méglio.

Lo ti è lo ti e lo mi è lo ti e lo mi.

Magna no cristiano: t'affoghissi quanto magni. Magna 'no porco: che Dio te benedica.

Méglio faccia roscia che trippa moscia.

Morta la vacca, scorta la soccia.

Na calla è bona pure allo mete.

Na 'ota passette Carlo pe' Fucino.

Ncima allo cotto, l'acqua óllita.

Nebbia bassa sole lassa.

No patre po' campà cento figli e cento figli non sano campà 'no patre.

Non so pe' gl'aseni i confétti, né le mela rosa pe' gli pórchi.

Non sputà pell'aria che te recasca 'mmocca.

Pa' e alice, i fatti de casa non se pono dice.

Pane e vino venca, 'sto tempo se manténca.

Parla in ciòmmaro (o "in ciambula") per non fa capì i mòmmari.

Parla quando piscia la caglina.

Pio ruscio e cane pezzato, accitiglio appena nato.

Piro maturo casca senza torturo.

Pure le puci téno la tosse.

Quando glio Velino se fa glio cappéglio, vinni le capre e fatte glio mantéglio.

Quando me so misso a fa glio cappellaro i', so nati tutti senza coccia.

Quant'è béglio vatte nuci a chi sta a pète.

Sant'Agnesa: la lancerta pe' la cesa.

Scine ca scine, ma ca scine 'ntutto.

Se glio bove non vo' arà, a' voglia a proncecà.

Se non so' pazzi, non gli volémo.

Se rispetta glio cane pe' glio padrone.

Se seguiti de 'sto passo, la fame la sighi co' glio seghone.

Se tu mitti la coccia, i' metto la saccoccia.

Si' come glio cane che non po' cacà.

Tanto fa' 'na mamma pe' 'na figlia eppo vè Cicciolebbre e sella piglia.

Te étti annanzi pe' non remane' arrete.

Tra facioi, papate e lenticchie le più bone so le saciccie.

Tre castagne a riccio e n'è 'scita una guasta.

Tre fémmone e 'na noce fecero la Fiera de Santa Croce.

Tu co' na mani, i' co' tutte e' du'.

Tu si' o checcheleché della sera e gl'aiucco della matina.

Va a zappà che te' glio pede rosso.

Va co' chi è méglio e' de ti e facci le spese.

***

Ringrazio Agostino Falcone, Gianna Falcone e Antonella Curini per avermi aiutato a recuperare alcuni dei proverbi e dei modi di dire scurcolani inclusi in questo elenco.

martedì 25 maggio 2021

Anice: la coltura scurcolana dimenticata


L'uomo della fotografia che apre questo post si chiamava Angelo Fortuna, detto Angeluccitto. L'immagine è tratta dal libro "Scurcola Marsorum" di Dario Colucci. Angelo sta lavorando i semi d'anice. Nello specifico, sta lanciando in aria i semi affinché il movimento d'aria li separi dalla loro scorza, detta anche pula. Il lavoro di Angeluccitto è stato svolto per molto tempo dagli scurcolani ma ormai è praticamente perduto. Nessuno a Scurcola, infatti, coltiva più l'anice. Eppure stiamo parlando di una produzione che ha caratterizzato le nostre campagne per qualche secolo e che, forse, potrebbe essere recuperata da qualche agricoltore di buona volontà e con la passione per le antiche colture. La presenza delle coltivazioni di anice a Scurcola è attestata da diversi autori che, attraversando i nostri territori, rimanevano incantati nel vedere le enormi distese dei fiori bianchi della pianta di Pimpinella anisum, nome dell'anice comune che niente ha a che fare con il più scenografico anice stellato.

Campo di anice (foto dal web)

Uno dei primi testi in cui si racconta dell'anice scurcolano è quello di Giovanni Battista Brocchi [1] il qualche scrive: "Fra Tagliacozzo e le sponde del lago di Fucino stendesi una spaziosa pianura che offre una delle più belle e pittoresche scene che occhio possa mai vagheggiare in siti montani. Una serie di alpi, a cui fanno corona deliziose colline popolate da numerosi villaggi, cinge intorno quel piano, e le sottoposte campagne erano allora vestite di biondeggianti messi, e coperte in parte, per quanto si stendeva lo sguardo, da un tappeto di bianchi fiori di Pimpinella Anisum che si coltiva in gran copia nella campagne della Scurcola, e i cui semi aromatici costituiscono un lucroso rampo di commercio insieme col croco che si raccoglie in molti territori particolarmente in quello di Magliano".

Fiore d'anice (Pimpinella anisum)

Dunque, nei primi dell'800 i campi di Scurcola avevano colpito il Brocchi per la presenza di "un tappeto di bianchi fiori di Pimpinella Anisum". Qualche anno più tardi (1835) dell'anice scurcolano scrive anche il politico e letterato pugliese Giuseppe Del Re [2]: "Le sottoposte campagne sono vestite nelle debite stagioni di biondeggianti messi, e coperte in parte da tappeti di bianchi fiori di Pimpinella anisum, che si coltiva a dovizia in quelle di Scurcola, ed i cui semi aromatici costituiscono un lucroso ramo di commercio insieme col croco che si raccoglie in molti terreni, particolarmente in que' di Magliano".

Semi di anice

Sempre Del Re, nello stesso testo, specifica anche le tecniche di coltivazione e di raccolta oltre che gli impieghi dell'anice: "La coltivazione dell'anaci (pimpinella anisum) occupa nella contrada di Scurcola una parte di terre leggiere, sostanziose, esposte a mezzogiorno, preparate con lavori di aratro e di vanga, livellate con erpici. I suoi semi si gittano di volo in primavera. Allorché spuntano i getti, si sarchiano e si concimano con letami le piante. In tempo di fioritura si strappano i germogli deboli, affinché i granelli acquistino grossezza. Se ne fanno i ricolti verso la fine della state; e l'epoca ne viene indicata dalla caduta de' granelli dell'ombrella centrale. I coltivatori ne ritraggono gran profitto dalle vendite del prodotto, che fanno dentro e fuori del Regno, ove la medicina se ne giova come cordiale, carminativo e digestivo: i profumieri se ne servono per estrarre un olio crasso e odoroso: i confetturieri se ne avvalgono per comporre liquori, e piccoli confetti detti anicini".

Anasetti preparati da Angela Di Massimo

I semi di anice, che molti scurcolani continuano a chiamare "anasi", sono stati prodotti, probabilmente, fino agli anni Sessanta ma, da quanto ho potuto capire, prevalentemente per uso familiare. In generale, l'anice veniva utilizzato dalle donne scurcolane per la preparazione di dolci tradizionali che, proprio grazie alla presenza dei piccoli semi profumati, assumono un'aromaticità molto particolare. I dolci che contemplano l'uso di semi di anice, a Scurcola, sono rappresentati dalle 'ntisichelle (o tisichelle) e gli "anasetti" ossia delle ciambelle preparate solo con farina, acqua, zucchero e semi di anice che ho avuto modo di assaggiare di recente grazie ad Angela Di Massimo la quale mi ha spiegato che, un tempo, questi dolci semplici e durissimi venivano dati come "ciuccio" ai bambini molto piccoli che potevano suggerli senza il rischio di frantumarli. Inoltre i semi di anice sono usati per arricchire e aromatizzare il cosiddetto "tórtaro" un pane a forma di ciambella donato a ogni scurcolano che, durante la cerimonia della sera del giovedì santo, partecipa alla lavanda dei piedi in veste di apostolo.



Note:
[1] Giovanni Battista Brocchi "Osservazioni naturali fatte in alcune parti degli Appennini nell'Abruzzo ulteriore. Memoria (inedita)" in "Biblioteca italiana; ossia Giornale di letteratura, scienze ed arti compilato da una varj letterati", Tomo XIV, Milano, 1819, pp. 363-377.
[2] Giuseppe del Re, "Descrizione topografica fisica economica de reali domini al di qua del Faro nel Regno delle Due Sicilie con cenni storici fin da tempi avanti il dominio de romani. Tomo II", Tipografia dentro la Pietà de Turchini, Napoli, 1835, p. 223, 250-251.

***

Ringrazio Angela Di Massimo per avermi raccontato alcuni dettagli sulla tradizione dei dolci scurcolani all'anice e per avermi fatto assaggiare i suoi buonissimi "anasetti".

lunedì 15 marzo 2021

La Croce

La Croce (foto di Massimo Tortora)

La Croce, per gli scurcolani, può indicare una cosa sola. Non ci saranno mai dubbi: la Croce è e sarà sempre quella che si trova sulla cima di Monte San Nicola, il colle che sovrasta il borgo di Scurcola. Andare alla Croce è una sorta di tradizione non scritta che molti scurcolani, e non solo, continuano a mantenere viva nel tempo. Andare alla Croce significa inerpicarsi sul dorso sassoso del monte e raggiungere la cima: gli scurcolani lo fanno da generazioni. La Croce è lì da molto tempo ma non da sempre. Prima della Croce che vediamo oggi, rappresentata da un robusto traliccio e adatta a resistere agli agenti atmosferici, su Monte San Nicola esisteva un'altra Croce formata da un semplice telaio di ferro rivestito di lamiere.

Cartolina dei primi del Novecento: Monte San Nicola senza Croce

La prima Croce venne inaugurata, come precisa Erminio Di Gasbarro [1], il 13 aprile del 1924, Domenica delle Palme. L'idea di installare una croce su Monte San Nicola fu proposta dall'Abate che al tempo curava la Chiesa di Santa Maria della Vittoria, lo scurcolano don Ernesto Ansini. All'epoca, per la lavorazione e il trasporto dei materiali necessari a erigere la prima Croce, parteciparono molti scurcolani, ognuno coi mezzi, con l'aiuto e con le esperienze che possedeva. Fu un'opera collettiva che tutto il paese visse con spirito di condivisione perché tutti amavano l'idea che Scurcola fosse protetta dall'alto dalla presenza di una grande Croce.

Prima Croce. Anno 1943
Dario Colucci e suo zio Ennio Giuseppe Colucci

I decenni passarono e i materiali che costituivano la prima Croce di Scurcola cominciarono a logorarsi, la ruggine che ben presto ricoprì l'intera struttura, andò a erodere la base stessa della Croce. Erminio Di Gasbarro mi ha raccontato che un giorno, tornando da Napoli (al tempo sua sede di lavoro), avvicinandosi al paese in treno, non riuscì più a scorgere la Croce che, a causa delle intemperie e del cattivo stato in cui versava, era crollata a terra. Ciò avveniva, verosimilmente, negli anni Sessanta.

Targa ricordo ai piedi della Croce (foto Massimo Tortora)

Negli anni Settanta, un comitato di cittadini scurcolani si impegnò affinché l'emblema cristiano per eccellenza, la Croce, tornasse al suo posto. A ricordare questa volontà e il lavoro di chi, fisicamente, realizzò la nuova Croce oggi c'è una targa metallica posta da Camillo Assetta (che non conosco) nel 2018 che così recita: "Questa croce posta, nel 1974 in cima al Monte S. Nicola a protezione della comunità di Scurcola Marsicana, è stata realizzata nella bottega del fabbro Fabio Occhiuzzi con la collaborazione dei fabbri Alfredo Mastrocesare e Domenico Petitta".

La Croce illuminata (foto Simone Proietti)

Tornando al testo scritto da Erminio Di Gasbarro: "Epocale fu la cerimonia organizzata per l'inaugurazione e, a memoria d'uomo, fu l'unica circostanza che vide il totale esodo della popolazione. In una domenica primaverile cittadini, autorità civili e religiose, tutti si trasferirono sulla montagna. Alcuni già di buon mattino presero a salire". Un'altra grande "innovazione" che riguarda la nostra Croce è avvenuta nel 2015 quando un gruppo di volenterosi giovani scurcolani pensò di illuminarla. Ma questa è un'altra storia che vale la pena raccontare per bene tra qualche tempo.


Note:

[1] Erminio Di Gasbarro, "Divagazioni", LCL, Avezzano, 2017, p. 21-25.

venerdì 6 novembre 2020

La Chiesa di San Vincenzo Ferreri ora sede della BCC di Roma


Non so quante agenzie bancarie, in Italia, possano vantare di trovarsi in una chiesa del Settecento. A Scurcola accade anche questo. La sede locale della Banca di Credito Cooperativo di Roma, infatti, è collocata negli spazi dell'antica chiesa gentilizia della famiglia Vetoli, la Chiesa di Sant'Ignazio e di San Vincenzo Ferreri. Al momento della sua costruzione (avvenuta tra il 1749 e il 1750) i Vetoli intitolarono il piccolo edificio sacro ai due Santi appena citati anche se, col tempo, il riferimento a Sant'Ignazio sembra essere andato perduto

Secondo alcuni documenti dell'epoca, conservati presso l'Archivio Diocesano di Avezzano, e pubblicati da diversi storici, la Chiesa di Sant'Ignazio e di San Vincenzo Ferreri fu costruita "a costo di proprie spese" da Giulio Vetoli che, per fabbricare l'edificio sacro, decise di demolire una rimessa per le carrozze che si trovava proprio di fronte all'ingresso del suo palazzo. Va detto che Giulio fu il primo rappresentante della prestigiosa e nobile famiglia Vetoli di Corcumello a insediarsi a Scurcola. Ciò avvenne a seguito del suo matrimonio con Agata Simeoni, sorella di don Pietrantonio Simeoni, già Abate di San Giovanni nella Diocesi di Sora. Giulio Vetoli, più tardi, rimasto vedevo, sposò, in seconde nozze, donna Margherita Colarossi di Magliano

L'atto formale presentato alla Curia venne stilato dal notaio Giuseppe Antonio Martini di Scurcola ed è datato 14 maggio 1741. Con esso don Pietrantonio Simeoni chiedeva al Vescovo del tempo, Domenico Antonio Brizi, la richiesta di "erigere e fondare per sua devozione e a maggior gloria di Dio e i suoi santi una Chiesa sotto il titolo di Sant'Ignazio e San Vincenzo Ferreri". Nella circostanza, don Pietrantonio si impegnava ad assegnare tutti i beni necessari (terre, vigne, selve) per ottenere il permesso di edificare la Chiesa nella quale garantiva la celebrazione di messe in suffragio della propria famiglia. Don Pietrantonio Simeoni, infatti, aveva intenzione di "ritirarsi devotamente" a Scurcola, il suo paese natale, nella casa di famiglia, quella che era diventata anche la casa del Conte Giulio Vetoli a seguito delle nozze con Agata

Dopo aver ottenuto il permesso del Vescovo, i lavori per l'edificazione della Chiesa ebbero inizio e vennero affidati, a partire dal maggio del 1749, al maestro Donato del Furgato della terra di Pescocostanzo. I Simeoni-Vetoli misero a disposizione del maestro Donato (scalpellino e "marmoraro") i materiali di cui ebbe bisogno per completare l'opera. Alla fine il Conte Giulio Vetoli pagò al maestro di Pescocostanzo la somma di 285 ducati "per il lavoro della cappella e la porta e finestra". Dopo la scomparsa della famiglia Simeoni, a partire dal 1823, il patronato della Chiesa di Sant'Ignazio e di San Vincenzo Ferreri passò a don Vincenzo Vetoli. 

La chiesa era costituita da una navata unica e sembra fosse decorata con stucchi e marmi pregiati, nel rispetto dello stile Barocco, tipico del tempo in cui venne realizzata. Con il procedere degli anni venne ripulita e restaurata in più occasioni ma, col tempo, subì un certo degrado. Il terremoto del 1915, purtroppo, causò cedimenti rilevanti. Negli anni seguenti la famiglia Vetoli, che godeva ancora del patronato della Chiesa, andò lentamente a scomparire. L'ultimo discendente, Alessandro, decise di cedere la chiesa, attraverso un vitalizio, alla famiglia Romano che la detenne per diverso tempo

Negli anni '60, l'edificio venne acquisito da quella che, all'epoca, era denominata Cassa Rurale ed Artigiana. Dopo un imponente lavoro di recupero, la struttura dedicata alla Chiesa di Sant'Ignazio e di San Vincenzo Ferreri divenne la sede dell'attuale BCC di Roma. A testimoniare l'esistenza di un antico edificio sacro restano gli stipiti in marmo del portale e il rosone in pietra tuttora visibili sul lato dell'edificio che affaccia su Largo Mameli. Inoltre, a Scurcola, è sopravvissuta la consuetudine, durante la Processione del Venerdì Santo, di fermarsi in questo luogo celebrando il ricordo di una chiesa che non c'è più ma che sopravvive comunque nel ricordo, nei documenti e nella tradizione religiosa di Scurcola.

martedì 27 ottobre 2020

Borgo Pio di Perla, Ancizia e Lillida


Ve la ricordate Perla? Non serve specificare chi sia Perla perché, a Scurcola, ce ne era una sola: Perla di Borgo Pio. Me la ricordo anche io Perla. Me la ricordo perché ho vissuto la mia infanzia proprio a Borgo Pio, piccolo angolo di paese sorto nei pressi della Chiesa di Sant'Egidio, una tra le più antiche di Scurcola e, ai tempi del suo massimo splendore, molto più grande e composita di quella che vediamo oggi. Ma di questo parlerò a tempo debito, ora torno a Perla. Una donna piccola, con gli occhi svegli e i capelli ben tirati dietro la testa a formare uno chignon. Ricordo di Perla i suoi passi svelti, la sua voce sottile, il suo arrivare di corsa nella bottega di Lodovico per ordinare ciò che le sarebbe servito per cucinare. La fama dei suoi piatti, soprattutto delle sue "Fettuccine alla Perla", la cui ricetta rimane ancora un mezzo mistero, era arrivata lontano e aveva reso Scurcola famosa anche oltre i confini regionali. Da Perla arrivavano personaggi importanti: politici, attori, prelati. Un posto semplice, la trattoria Borgo Pio, ma pieno di storia e di ricordi per molti scurcolani e non solo.

Il fondatore dell'osteria Nazzareno Damia con un nipotino

Il primo a pensare di aprire un posto in cui potersi sedere a bere un bicchiere di vino fu Nazzareno Damia. Svolgendo qualche ricerca su di lui ho scoperto che era nato il 24 dicembre del 1853 (Cosimo Bontempi sindaco), figlio di Andrea Damia (nato nel 1810) e Pasqua Corazza (nata nel 1811). Sembra che Nazzareno abbia tentato la fortuna in Argentina: un documento rintraccia il suo sbarco nel Paese sudamericano il 23 settembre 1889. Al tempo Nazzareno era già sposato. Evidentemente qualcosa, in quel tentativo di fare fortuna nelle Americhe, non deve essere andato come si aspettava, per cui Nazzareno è tornato a casa, a Scurcola. Alla fine dell'800 apre la sua osteria in una piccola porzione di quello che era il palazzo della famiglia Tuzi. Era anche un carrettiere Nazzareno, aveva un calesse e un cavallo e trasportava le persone a destinazione, in un tempo in cui non c'erano ancora le automobili o i bus. 

Palazzo Tuzi ai primi del '900

A lui gli scurcolani avevano attribuito il soprannome di "Viola" per via di certe storie che, col tempo, hanno assunto il colore della leggenda. Si narra, infatti, che nella sua osteria, che all'occorrenza si tramutava in locanda, Nazzareno avesse più volte accolto il famoso brigante Berardino Viola (1838-1906) dandogli da mangiare e da dormire. Nazzareno non fu mai implicato né accusato di nulla, ma la presenza del brigante Viola, evidentemente, non era sfuggita ai suoi compaesani del tempo. Nazzareno, ormai anziano, lasciò l'osteria a suo figlio Tullio Damia che, in realtà, svolgeva l'arte del maniscalco: colui che forgia i ferri e li applica agli zoccoli di vacche, cavalli, somari e muli. Sarà anche per questo che, dopo un po' di tempo, Tullio decise di lasciare l'attività a suo fratello Italo Damia

Il brigante Viola

Italo, come suo padre, aveva provato l'avventura oltreoceano andando negli Stati Uniti ma, esattamente come suo padre, aveva deciso di tornare a casa. A lui il compito di portare avanti l'osteria di Borgo Pio insieme a sua moglie Cisalpina Corazza. I due misero al mondo tre figlie: Ancizia, nata nel 1920; Perla, nata nel 1924 e Lillida, nata nel 1927. Tre figlie e tre nomi sicuramente originali. Ancizia avrebbe dovuto chiamarsi Angizia, in onore della dea tanto cara all'antico popolo marso, il cui tempio si trovava lungo le sponde del Lago Fucino, ma qualcuno sbagliò a pronunciare o a scrivere il suo nome e da Angizia, sui documenti, si ritrova Ancizia. I nomi di Perla e Lillida, invece, sembrano derivare da quelli di due bellissime attrici americane che, probabilmente, Italo aveva visto e sentito nominare durante la sua breve permanenza negli States. 

Una fiera a Scurcola a metà degli anni '50

Italo, Cisalpina, Ancizia, Perla e Lillida. Furono loro a portare avanti l'osteria per tanti anni. Fondamentalmente ai tavoli di Borgo Pio si giocava a carte e si dispensava il celebre "mezzo litro e una gassosa". Tutto però cambiava quando a Scurcola c'erano le fiere. Durante la Fiera di S. Matteo, il 21 settembre, Borgo Pio si animava come non mai. L'osteria diventava una vera trattoria preparando piatti semplici della cucina povera locale: trippa, zuppa di ceci e baccalà. Quando possibile si friggevano anche piccoli pesci, quelli che arrivavano a Scurcola grazie a Giovannina di Capistrello (la mamma di Bruno "glio pesciarolo": un'altra storia!). Durante la fiera tutta la piazza di Sant'Egidio si riempiva di persone arrivate anche da lontano e la famiglia Damia si metteva in azione fin dai giorni precedenti. 

Italo Damia con la moglie Cisalpina e la figlia Lillida

Cisalpina, donna dallo spiccato spirito imprenditoriale, nei primi anni Sessanta pensò di ampliare l'offerta dell'osteria e cominciò con l'offrire agli avventori i supplì caldi. L'idea ebbe successo e, col fatto che a Scurcola erano già attivi Monna Laura e Renzo, i Damia pensarono di chiedere la licenza di osteria con cucina. In questo modo Borgo Pio cominciò a diventare un locale in cui si poteva mangiare e bere bene. Italo e Cisalpina lasciarono tutto nelle mani delle loro figlie anche se Lillida si era trasferita con la sua famiglia a Roma. Durante la bella stagione, in ogni caso, le tre sorelle tornavano insieme a cucinare coadiuvate da mariti, cognati, figli e figlie.

Borgo Pio nei primi anni '80

Ho scelto di fermarmi alla gestione di Borgo Pio di Perla, Ancizia e Lillida perché queste tre donne hanno rappresentato una parte della storia dell'accoglienza scurcolana. L'osteria Borgo Pio è stata l'osteria storica di Scurcola, la prima o tra le prime a essere aperte in paese. Nazzareno, Italo, Perla: tre generazioni di persone che hanno portato avanti ininterrottamente la loro attività con passione, genuinità e gentilezza almeno per un secolo. Per ragioni anagrafiche posso ricordare personalmente solo le ultime fasi di questa storia, ma i miei ricordi di Borgo Pio sono pieni di affetto

Borgo Pio (chiuso) e Palazzo Tuzi oggi

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Questo post non sarebbe mai stato scritto se non avessi avuto la preziosa, paziente e cortese collaborazione di Italo Camilli, Nevio Frezzini e Maria Agostina Talone, discendenti e rappresentanti della famiglia Damia. Ringrazio con tutto il cuore Italo, Nevio e Maria Agostina per avermi raccontato delle loro zie, dei loro nonni e delle loro infanzie. Li ringrazio per avermi concesso il loro tempo e la loro attenzione. Lo hanno fatto con disponibilità e gentilezza, permettendomi di recuperare la memoria di persone, luoghi e vicende che spero vengano ricordate e apprezzate anche da molti altri scurcolani.

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